Viaggio in Etiopia

Febbraio 2013 - Diario di viaggio di Paolo Tomolillo
Da parecchio tempo desideravo visitare l’Etiopia ed in particolare mi proponevo di raggiungere la Valle dell’Omo per cercare di conoscere le popolazioni che laggiù sembrano vivere ancora in maniera tradizionale, apparentemente lontano dalla modernità.
Ma volevo farlo da turista indipendente e utilizzando il più possibile il trasporto pubblico: per avere un’opinione sulla fattibilità di un viaggio del genere sono andato a chiedere una consulenza direttamente al signor GianMarco Russo, presso l’agenzia AfroNine a Milano.
La sua opinione era che la cosa si poteva fare e uno dei suoi consigli più preziosi e’ stato quello di contattare la rete di missioni dei Padri Cappuccini, ben radicata in Etiopia e nel suo tessuto sociale…..ed e’ quello che ho fatto, anche se non immaginavo che avrebbe “funzionato” così bene.
–  Addis Abeba, 5 febbraio 2013
 
Eccomi in Etiopia, finalmente sono riuscito a partire.
Sono le nove di sera e mi trovo davanti ad ristorante di cucina etiope, a 100 metri da La Source Guesthouse, l’hotel pulito, comodo e centrale in cui mi fermerò a dormire in questi giorni.
Domando al cameriere: ….until what time do you serve food? Mi risponde: ….until four o’ clock!  
Bene, ho un’ora per mangiare: le quattro sono in realtà le dieci, perché in Etiopia si usa contare le ore del giorno a partire dall’alba, convenzionalmente le sei del mattino; quindi se ti dicono “ci vediamo alle due”, l’appuntamento e’ per le otto.
 
Oggi ho visitato la chiesa della Santissima Trinità e la Cattedrale di San Giorgio, ma non le ho trovate entusiasmanti, forse bisogna andarci alla domenica, quando si tengono le cerimonie con i canti dei fedeli ed i religiosi suonano tamburi e sistri.
Durante il viaggio imparerò che le chiese etiopi non sono affascinanti per la loro monumentalità, ma per il fatto di essere il perno attorno al quale ruota la comunità dei fedeli, che testimonia la propria fede con una sincerità e devozione per noi inimmaginabili.
 
Per andarci ho preso l’autobus, e’ davvero economicissimo: ho speso 1 birr (5 centesimi), anziché i 100/150 birr (5 euro o più) del taxi. 
Il problema sono i nomi delle strade, perché i residenti non le conoscono con quelli riportati sulle piantine, ma con i vecchi nomi etiopi….e’ meglio avere in mente qualche punto di riferimento.
 
La chiesa di San Giorgio si trova vicino alla “Piazza”: si tratta di una piazza circolare e trafficata nel centro di Addis Abeba che viene chiamata proprio così dagli Etiopi, con il termine italiano. 
Che strano, gli Italiani hanno “dominato” l’Etiopia per soli cinque anni al tempo della loro scellerata avventura coloniale, ma hanno lasciato un’impronta che e’ durata molto più a lungo.
Entro in un caffè, la gente legge il giornale o chiacchiera: a proposito, credo che nessun italiano potrà mai lamentarsi di non trovare un buon caffè in Etiopia….anzi, e’ più facile che al rientro in Italia rimpianga il caffè etiope!
Ho finito di cenare, sono le dieci passate, sono stanco e devo riposare.
L’injera era proprio buona, sottile e delicata, sicuramente fatta con il teff: e’ un cereale tipico dell’altopiano, viene macinato e con la farina che se ne ricava si prepara questa specie di piadina chiamata injera.
Di solito non si mangia da sola come il nostro pane, ma viene modellata in forma circolare e distesa su un vassoio, proprio come se fosse un piatto su cui poi si dispongono le pietanze ed i condimenti che le accompagnano.
 
l’injera e’ estremamente pratica perché oltre che da pane fa anche da piatto e da posata: per mangiare si stacca un pezzetto dell’injera su cui e’ posato il cibo, lo si stringe con le dita attorno al boccone e lo si porta alla bocca.
In questo modo oltre al cibo si mangiano anche il “piatto” e le “posate”: un’ottima soluzione per un paese in cui spesso scarseggia l’acqua pulita per lavarle.
 
–  Addis Abeba, 6 febbraio 2013
 
Mi sono svegliato alle tre del mattino e per un paio d’ore ho “ripassato” le guide di viaggio e pensato a quello che dovrò fare: negli anni ho imparato che non si e’ mai abbastanza preparati quando si viaggia da soli.
 
Prima di tutto dovrò raggiungere la missione dei Padri Cappuccini a Soddo, quattrocento chilometri a sud di Addis Abeba.
Una volta laggiù Father A. mi aiuterà a trovare un “compagno” che mi faccia da interprete durante il viaggio verso sud, dove può essere molto difficile trovare qualcuno che parli inglese.
Non mi potrei permettere una guida e forse nemmeno la desidero, ma ho bisogno di un compagno Etiope, cioè di qualcuno che mi possa aiutare anche “facendo numero” nei momenti di difficoltà o quando non riuscirò a capire e a farmi capire.
 
Dopo colazione mi reco in un’agenzia di viaggio nelle vicinanze per comprare il biglietto dell’autobus, ma lì mi dicono che per questo tipo di trasporti “ordinari” bisogna recarsi direttamente alla stazione degli autobus.
Sono nuovo di Addis Abeba e so che la bus station si trova nel “merkato” (proprio così, in italiano), un luogo temuto per i furti dagli stessi abitanti di Addis Abeba, quindi chiedo al figlio del titolare dell’agenzia di accompagnarmi in cambio di un piccola mancia.
 
Non bisogna mai dimenticare che normalmente per ogni “servizio” ci si aspetta una piccola ricompensa e conviene sempre domandare prima “quanto” ci si aspetti in modo da evitare delusioni da entrambe le parti.
Non perché gli Etiopi non sappiano essere gentili, figuriamoci, ma e’ normale che chi dedica un po’ del suo tempo ad un ricchissimo sconosciuto si aspetti un ringraziamento….ed in un paese povero una piccola mancia fa sempre piacere.
 
Comprato il biglietto vado in banca per cambiare dei soldi: vedo gente che se ne esce con quattro o cinque mazzette di banconote in mano (fuori ci sono le guardie) per cui me ne esco anche io tranquillo con il mio “malloppo” in tasca.
Riesco anche a prelevare con il bancomat alla Dashen Bank: molto bene, ha sportelli dappertutto. Poi vado alla posta a comprare i francobolli ed infine mi concedo una visita al Museo Etnografico. 
Cosa c’e’ di interessante in tutto questo? Forse niente, ma girare per la città muovendosi il più possibile in bus (pubblico) o meglio ancora in minibus (privato) e’ uno dei modi migliori per conoscerla e per conoscere le abitudini dei suoi abitanti.
 
Il sistema dei minibus e’ molto efficiente e permette di raggiungere rapidamente ed in maniera economica qualsiasi luogo, a patto di saper indicare un punto di riferimento all’aiutante del conducente, il “bigliettaio”. 
Lo si riconosce facilmente dalla mazzetta di banconote che tiene in mano quando esce dall’abitacolo per indicare a gran voce la destinazione del suo mezzo….ma spesso i suoi annunci si sentono prima ancora che il minibus arrivi alla fermata.
Sulle prime Addis Abeba non dà l’impressione di una città in miseria, almeno per quello che ho visto ieri ed oggi: sembra esserci una classe media, ci sono molti beni in vendita nei negozi, i caffè e i ristoranti sono frequentati e la gente passeggia per le strade anche alla sera.
Ma certamente non la pensano così quei poveretti che vivono nelle aiuole ai bordi delle strade, se sono fortunati al riparo di un telo per ripararsi dal sole o dalla pioggia, o nei quartieri periferici fatti di baracche di lamiera, legno, corde e cartone.
Forse più che di una città povera sarebbe corretto parlare di una città che presenta una grande disomogeneità nella distribuzione della ricchezza.
 
Mi fermo ad osservare alcune macellerie che espongono la carne all’esterno: dopo un po’ mi accorgo che hanno anche dei tavoli all’interno per consumare la carne appena acquistata, che viene preparata e servita su di un’ottima injera di teff, accompagnata da vino o birra etiopi. 
Io la faccio cuocere, non si sa mai, il mio stomaco non e’ ancora abituato e per adesso preferisco rinunciare al “kitfo”, una prelibatezza molto apprezzata dagli Etiopi che consiste in una “tartare” di carne cruda. 
Lo assaggerò più avanti, per adesso mi consolo mangiando carne cotta e bevendo del vino Axumit: non male, chi l’avrebbe detto……ne offro un po’ anche al gentile signore che mi siede a fianco insieme al figlio.
Queste immagini sembrano contrastare con il vecchio stereotipo Etiopia = scarsità di cibo: in realtà il problema alimentare c’e’, ma e’ dovuto alla povertà di certi strati della popolazione che non hanno i mezzi per acquistare il cibo, più più che alla sua mancanza. 
 
Scendo per Churchill Road, la via commerciale di Addis Abeba, ma e’ troppo tardi e non trovo le cartoline: allora prendo un minibus per Meskal Flower Road (punto di riferimento) e poi un altro per arrivare davanti all’albergo, 5 birr contro i 150 del taxi.
I minibus mi sembrano decisamente sicuri, dovrei imparare ad usarli: non perché sia taccagno o perché non capisca che i miei 150 birr servono più alla famiglia di un tassista che a me, ma mi sembra un modo più autentico di vivere e conoscere la città.
 
 
– Addis Abeba, 7 febbraio
 
Al mattino prima delle 5 sono alla reception, le due “banconiste” dormono sul pavimento, una di loro si alza e va a chiamare l’autista della Guesthouse che mi accompagnerà alla bus station.
La strada non e’ deserta, qualcuno dorme a terra, qualcuno e’ già in giro, ma si anima sempre di più mano a mano che ci avviciniamo al “merkato”: davanti alla bus station c’e’ un caos incredibile, come se fossimo in pieno giorno.
L’autista mi raccomanda molta attenzione …..there are many thieves!..  e si carica sulla spalla il mio zaino come se fosse un fuscello: e’ un uomo alto e robusto, lo seguo standogli vicinissimo e penso che senza di lui sarebbe stato quasi impossibile venire qui, da solo. 
 
Naturalmente l’autobus e’ in ritardo e l’autista mi dice, anzi quasi mi intima   “…don’t move, don’t change place…”  e va a cercare qualcuno che in cambio di una mancia mi possa aiutare a trovare l’autobus, perché lui deve rientrare alla Guesthouse per iniziare a lavorare.
Torna con un uomo vestito di una cappa azzurra dicendomi che ci penserà lui ad aiutarmi e mi raccomanda di nuovo prudenza, poi mi saluta e se ne va.
Non rivedo più il mio “aiutante” dalla cappa azzurra, ma 10 birr qua, 20 birr là…..alla fine riesco a prendere un autobus per Soddo, il capoluogo della provincia del Wolayta: l’autobus si fa largo in mezzo alla folla del merkato e finalmente si parte.
 
Questa volta sono stato favorito dalla mia condizione di turista “protetto” e ho rinunciato volentieri a vivere una situazione più “autentica”.……ma nella quale poteva essere difficile cavarsela da solo.
 
Lasciata Addis Abeba troviamo una strada in ottime condizioni, completamente asfaltata, che si snoda verso sud lungo l’altopiano. 
Sono stanco e cerco di riposare, ma non riesco a staccare gli occhi dal finestrino: il paesaggio del Wolayta e’ davvero bello e inaspettatamente verde, ai lati della strada si vedono distese ondulate di campi ben coltivati.
Fra i campi e le colline si vedono anche alcune “traditional houses” di forma circolare, il tetto di paglia e rami e le pareti spesso dipinte con belle e semplici decorazioni.
Le pareti sono costruite con mattoni di fango e paglia essiccati, ma purtroppo le case tradizionali sono sempre meno, credo per via della laboriosità di costruzione.
 
Ce ne sono anche tante di forma rettangolare, costruite stendendo l’impasto di paglia e fango su un’intelaiatura di legno: sono meno “caratteristiche”, ma più semplici da realizzare per via della forma regolare che rende anche più facile ricoprirle con un tetto di lamiera.
Ci fermiamo a Hosanna per il pranzo: mi siedo all’ombra di una tenda per bere il caffé, vicino a me ci sono altri passeggeri, ma sono l’unico “vero” turista. 
Assisto ad una scena di triste miseria: alcune madri con i figli in braccio, uno di loro poverino e’ in pessime condizioni di salute, si avvicinano per chiedere l’elemosina: non dò loro nulla direttamente, ma lo faccio tramite i ragazzi seduti lì vicino a me, anche loro passeggeri del bus.
 
Naturalmente dopo un po’ le donne ritornano, ma questa volta nasce un alterco fra loro ed i ragazzi, che le scacciano in malo modo: forse lo fanno con l’intento di proteggermi dalla loro insistenza, ma rimango colpito dalla loro durezza verso quelle poverette.
 
Come ci si deve comportare nei confronti di chi chiede l’elemosina? 
Non lo so, posso solo dire che non e’ facile dire di no, sapendo che in un giorno di viaggio si spende quanto una famiglia ridotta in miseria riesce a racimolare in un mese o più di questua, ma non si può nemmeno dare qualcosa a tutti coloro che ci si avvicinano.
Nel tempo io ho scelto di dare qualcosa solo a chi sembra impossibilitato a guadagnarsi da vivere, come le tante persone invalide che purtroppo popolano le strade di un paese con scarse risorse sanitarie ed una previdenza sociale quasi inesistente.
 
L’Etiopia e’ una paese povero, ma non bisogna pensare che tutti i suoi abitanti siano poveri e quindi solidali fra di loro: si possono distinguere le differenti classi sociali, c’e’ chi può comprare gli snack e i dolcetti che sono in vendita dappertutto e chi invece non ha nulla.
 
Alla stazione di Soddo viene a prendermi Father A. ….finalmente ci conosciamo di persona: e’ un uomo giovane e gentile, e’ molto disponibile ed apprezza la mia curiosità per il suo Paese.
 
Arrivati alla Missione visitiamo i laboratori della scuola di formazione professionale: forni di carrozzeria, saldatrici, macchine per falegnameria e tutto quello che occorre per insegnare un mestiere ad una parte dei tanti giovani che ne hanno bisogno e che così potranno costruire il loro futuro, 
oltre a quello del loro Paese….la speranza e’ che avendo un’occupazione o intraprendendo un’attività artigianale non siano costretti ad emigrare come purtroppo devono fare in tanti.
 
Visito anche la scuola, dove studiano centinaia di bambini e ragazzi, maschi e femmine: sono sbalordito dalla grandiosità della struttura e soprattutto dell’opera che la Missione sta portando avanti, prima istruendo quanti più bambini possibile e poi formando professionalmente tanti giovani. 
 
Prima della cena nel refettorio della Missione conosco F. , un uomo sulla cinquantina, italiano, molto energico e dinamico che anni fa ha iniziato ad aiutare la Missione costruendo asili, pozzi, ambulatori…fino a dar vita ad una fondazione Onlus.
L’indomani lui ed il suo gruppo andranno alla cerimonia d’inaugurazione di un pozzo per la distribuzione di acqua potabile realizzato dalla sua Onlus nel villaggio di Ledda: mi chiede se mi farebbe piacere venire, naturalmente accetto con entusiasmo.
 
Dormo anche io alla Missione, ma prima di addormentarmi scrivo qualche pagina del mio “diario”. 
 
– Soddo, 8 febbraio
 
Mi alzo presto e mi preparo per andare con F. ed il suo gruppo all’inaugurazione del nuovo pozzo nel villaggio di Ledda.
La cerimonia verrà accompagnata dalla simbolica distribuzione di pane a tutti i partecipanti, quindi ci fermiamo al forno per caricare sul tetto dell’autobus circa duemila panini.
A metà strada il camion si guasta e mentre aspettiamo che l’autista lo ripari veniamo avvicinati da un sacco di gente, desiderosa di avvicinarsi a noi per curiosità o per scambiare qualche parola in Inglese, soprattutto gli studenti. 
In qualche caso anche sperando di poter avere qualcosina, ma non lo dico in senso negativo: e’ normale per chi non ha quasi nulla provare a chiedere qualcosa a chi sembra avere tutto….infatti nessuno insiste mai, o quantomeno molto di rado.
 
Mi colpiscono le parole di uno dei ragazzi, e’ alla mia destra nella foto che mi hanno chiesto di scattare insieme, pur sapendo che non avrei potuto mandargliela: mi racconta che si sforzano di praticare l’Inglese anche fra di loro, 
ma tutti questi sforzi non portano quasi a nulla perché non ci sono prospettive a parte forse l’emigrazione ed usa proprio questa espressione:  ….it’s so demoralizing!….
 
Poveri ragazzi, nonostante il loro impegno non hanno quasi nulla di ciò che a noi sembra così normale e scontato, solo perché sono nati nel posto “sbagliato”. Non per merito o per demerito, ma solo per una casualità geografica.

Se per gli studenti la vita sembra avere poche prospettive, per i contadini e’ anche molto faticosa, soprattutto se sono donne: può sembrare strano, ma spesso i lavori più pesanti vengono svolti da loro.

Lasciamo la splendida strada asfaltata ed imbocchiamo la polverosissima pista per Ledda: e’ tutto un sobbalzo e procediamo lentamente, a volte fermandoci per aspettare che si diradi la polvere sollevata dai camion che arrivano dall’altra direzione.
Molto spesso non ha senso valutare le distanze basandosi sui chilometri, perché i tempi di percorrenza variano moltissimo a seconda delle condizioni delle strade: e’ sempre meglio riferirsi alle ore di viaggio.
Quando arriviamo c’e’ tutta la comunità ad accoglierci e sotto un enorme tendone i bambini intonano dei canti di benvenuto.
 
Rimango stupito quando le “autorità” prima ancora di ringraziare F. e la sua Onlus espongono i loro problemi accompagnandoli con delle richieste: ci vorrebbe una clinica, aule per la scuola, una chiesa ed un prete…..
Forse a noi che non siamo costretti a dipendere dalla generosità altrui può apparire strano….ma probabilmente loro non possono permettersi di essere troppo “discreti” con le uniche persone che possono aiutarli.
Inizia la distribuzione del pane a tutti i presenti: e’ toccante vedere tutte quelle mani ordinatamente tese a ricevere il simbolo del cibo. 
Nemmeno un panino verrà sprecato, una cosa del genere suonerebbe al pari di una bestemmia.
Sulla via del ritorno ci fermiamo in una località che non posso citare perché mi e’ stata raccomandata la massima riservatezza, un luogo dove una energica suora gestisce una clinica.
Suor M. ci accoglie con calore, ci chiede soltanto di non scattare fotografie perché potrebbero causarle problemi diplomatici con le autorità.
 
E’ l’ultimo giorno di un “campo degli occhi” e ci sono alcuni oftalmologi che controllano gli ultimi pazienti: vedo con i miei occhi quello che spesso ho letto sui notiziari di CBM, un’organizzazione mondiale che lotta contro la cecità nei paesi poveri.
Pazienti che stavano perdendo la vista o già cechi che una volta operati di cataratta recuperano “miracolosamente” la vista grazie ad una semplice operazione del costo di poche decine di euro, ma purtroppo assolutamente al di fuori della loro portata.
Vengono selezionati da una collaboratrice di Suor M. che percorre i villaggi della zona per controllare la vista degli abitanti ed assegnare le priorità di intervento.
 
Nel reparto per i bambini denutriti ci sono alcuni piccoli pazienti in cura……possono essere malnutriti sia a causa delle scarse conoscenze nutrizionali della madre, che non riesce ad alimentarli correttamente con il poco che ha a disposizione,
sia a causa della parassitosi dovuta all’acqua contaminata o alla incompleta cottura dei cibi per scarsità di combustibile, sia alla vera e propria mancanza di cibo dovuta alla povertà della famiglia: e’ il caso peggiore, quello senza soluzione.
 
Come terapia nutrizionale si usa un “latte medicato” fornito dall’Unicef tramite i governi, non e’ acquistabile: in pochi giorni i piccoli pazienti migliorano quasi miracolosamente.
L’allattamento al seno e’ fondamentale: spesso a suor M. e’ bastato nutrire le madri perché a loro volta potessero nutrire i figli con il proprio latte.
 
E’ stata un’esperienza incredibile, non potevo immaginare che avrei visto con i miei occhi quello che tante volte ho letto sulle riviste per la raccolta fondi di molte Ong.
– Soddo, 9 febbraio
 
Oggi ho conosciuto il mio possibile compagno nel viaggio verso il Sud e la Valle dell’Omo……..ma non e’ stato un incontro esaltante.
B. e’ un giovane brillante e preparato, sta conseguendo una laurea e parla Inglese molto meglio di me: si presenta all’appuntamento ben vestito e con il suo computer portatile.
 
Quando gli spiego il nostro possibile itinerario avanza dei dubbi sull’opportunità di usare i mezzi pubblici, lui riterrebbe più opportuno e più comodo affittare una Land Cruiser ed assoldare una guardia armata per raggiungere i villaggi più lontani.
Gli faccio presente che il mio approccio e’ diverso, voglio essere il meno invasivo possibile, e comunque non potrei permettermi certe spese.….a proposito, B. mi dice che riterrebbe adeguato un compenso di una cinquantina di dollari al giorno.
Io avevo pensato ad una dozzina di dollari al giorno per il paio di settimane che trascorreremo insieme: in Ethiopia sono una cifra considerevole quasi per chiunque.
 
Sono demoralizzato, penso che B. non sia la persona adatta ad accompagnarmi e gli spiego che non vale la pena cercare un accordo perché lui non ne sarebbe contento: c’e’ troppa differenza fra quanto io posso spendere e quanto lui si aspettava.
Ed io vorrei viaggiare con un compagno che sia motivato, non con qualcuno che si “accontenta” perché ha bisogno di denaro…..così non sarei soddisfatto neppure io.
 
 
Tornando verso la Missione passo davanti alla casa di Anna, l’interprete Amarico-Italiano-Inglese che ho conosciuto ieri durante il viaggio a Ledda.
Mi accoglie molto gentilmente, mi invita a fermarmi per il caffè e chiacchieriamo a lungo: in Italiano lei ed io o in Inglese quando mi rivolgo al marito e alle quattro figlie.
 
Offrire il caffè ad un ospite e’ una dimostrazione di rispetto ed amicizia, anche solo per la quantità di tempo che si dedica a questa “cerimonia”.
 
Dopo aver cosparso il pavimento con dei fili d’erba si apparecchia una piccola tavola con le tazzine e si tostano i chicchi del caffè, che prima spandono il loro aroma nell’aria e una volta macinati a mano nel mortaio vengono introdotti nella Jebenà,
una “caffettiera” di terracotta in cui si versa l’acqua bollente e che si mantiene calda sopra un braciere acceso.
Nel frattempo in un altro piccolo braciere si lascia ardere l’Etan, un incenso molto profumato, ma diverso da quello a cui siamo abituati nelle nostre chiese.
 
All’ospite si offre del pane fatto in casa, che fra l’altro e’ buonissimo, e si serve il caffè con zucchero o burro.
 
La prima delle tre tazze che tradizionalmente vengono servite e’ la più forte: per servire le altre due si aggiunge solo un po’ d’acqua bollente nella Jebenà, cosicché il caffè diventa sempre più leggero. 
Questa “cerimonia” richiede tempo e non si accorda con la fretta dei giorni lavorativi: solitamente in famiglia si svolge il sabato o la domenica pomeriggio…..a meno che non capiti di avere un ospite.
– Soddo, 10 febbraio
 
Dopo colazione esco per andare a Dubbo: Father A. mi ha invitato alla grande festa che oggi si terrà nella sua parrocchia.
Lungo la strada mi sento chiamare  …..Paolo, Paolo….  e’ Selam, una delle figlie di Anna: si offre di accompagnarmi alla stazione degli autobus ed io accetto molto volentieri.
Prendiamo insieme un taxi condiviso e spendendo pochi birr arriviamo alla stazione: ci sono molti mezzi in attesa, ma partiranno solo quando il numero dei passeggeri a bordo non sarà tale da giustificare il costo del viaggio.
Come quasi tutti i bambini e gli adolescenti Selam parla l’Inglese oltre all’Amarico e grazie al suo aiuto prendo un minibus che mi porterà nel villaggio di Areka, dove potrò trovare un moto-taxi per arrivare a Dubbo. 
In Ethiopia l’Inglese e’ molto diffuso, ma spesso chi lo conosce meglio sono i giovani ed i giovanissimi, perché fortunatamente oggi l’istruzione e’ molto più diffusa e accessibile di quando i loro genitori o nonni erano in età scolare.
 
Non dimenticherò il favore disinteressato di Selam e la gentilezza di sua madre Anna: mi piacerebbe ringraziarle “concretamente”, ma non conosco ancora bene gli usi locali, chiederò consiglio a Father A. 
Lui mi dirà di comprare loro dei dizionari di Inglese:  ….non regalare birr, ma educazione ed opportunità, self helping….  altrimenti continueremo a dipendere dall’aiuto degli altri, anziché imparare ad aiutarci da soli.
 
Prima di lasciarmi Selam si rivolge a me raccomandandomi:   “….you don’t have to pay more than 10 birr for the taxi…..”  . Grazie mille, Selam. See you soon!
 
Finalmente arrivo a Dubbo, il moto-taxi si ferma proprio davanti ad un indaffaratissimo Father A. immerso nei preparativi della celebrazione: ci sono una marea di persone, ci salutiamo e vado alla festa.  
Dopo una specie di rosario inizia la celebrazione vera e propria, accompagnata da una fantasmagoria di canti per noi inimmaginabile durante una funzione religiosa: i giovani che accorrono in gruppo cantando e ballando emanano un entusiasmo incontenibile. 
E’ davvero bello, vicino all’altare ci sono tutti gli Abba, i sacerdoti, seduti con le loro vesti che portano sul retro un ricamo con i “Tillit di Axum” che ho visto al Museo Etnografico di Addis Abeba.

Vicino agli Abba ci sono due gruppi di ragazze che cantano meravigliosamente, ma non musiche solenni: sono ritmi dinamici e allegrissimi che scandiscono ballando e battendo le mani.

Riesco senza difficoltà a cogliere qualche qualche bella espressione, e’ incredibile come nessuno si infastidisca per il fatto che io scatti delle fotografie: sulle prime chiedevo timidamente il permesso, 
poi ho notato che gli stessi partecipanti alla celebrazione amano scattare foto o filmare gli altri fedeli mentre pregano, cantano o si genuflettono.
Alla fine di tutto mi dirigo verso il recinto che delimita l’area della festa e…….due bambini mi prendono le mani fra le loro e ne baciano delicatamente il dorso, mi salutano e se ne vanno senza chiedermi nulla. 
Ero completamente impreparato e ne rimango profondamente commosso. 
 
Quando esco all’aperto mi vengono incontro molte persone chiedendomi qualche “birr”, ma non posso accontentare tutti e non sarebbe neppure un buon esempio: con calma cerco di spiegare che ho dato un aiuto ad un ragazzo cieco perché lui ne ha più bisogno di tutti.
 
Fuori dalla mensa allestita per la festa incontro Father A. , mi siedo con lui e mi chiede come e’ andata con B. : gli spiego la ragione per non ci siamo accordati e subito mi dice che troveremo un’altra persona. 
Ha già in mente un ragazzo che potrebbe essere adatto e dovrebbe trovarsi nei paraggi, gli telefona subito.
Beh, direi che sono proprio fortunato, dopo un po’ arriva Selamu, sarà lui il mio compagno di viaggio. 
Selamu e’ uno studente, e’ iscritto a Medicina ed e’ ben lieto di allontanarsi da casa per un “viaggio” nel Sud del Paese, di cui finora ha solo sentito parlare.
Finalmente ci accordiamo e ci diamo appuntamento per l’indomani alla stazione degli autobus di Soddo   “….at 6 o’ clock, local time….”,  cioè a mezzogiorno.
– Soddo, 11 febbraio
 
Partiamo dalla stazione di Soddo poco dopo l’una, quando finalmente l’autobus si e’ riempito di passeggeri.
Durante la discesa dai circa duemila metri di altitudine di Soddo vediamo il paesaggio inaridirsi e di nuovo molte “traditional houses”, sia tonde con il tetto di rami e paglia, sia squadrate con il tetto di lamiera.
Ogni tanto ci fermiamo lungo la strada per far salire o scendere qualcuno con il suo bagaglio: come sempre i carichi più pesanti sono portati dalle donne…..ormai non me ne stupisco più.
Avvicinandoci al lago Abaya tutto diventa nuovamente verde e incontriamo grandi coltivazioni di banane, ma non riesco a fotografare nulla, dall’autobus e’ quasi impossibile.
 
Arba Minch si trova a circa 1.400 metri di altitudine ed il clima e’ molto più caldo rispetto all’altopiano, ma la città e’ ricca d’acqua e si trova sulle sponde di due laghi, il Chamo e l’Abaya….quest’ultimo infestato dai coccodrilli.
Non riusciamo nemmeno ad avvicinarci al lago Abaya perché dopo il verificarsi di alcuni attacchi dei coccodrilli alle persone il governo ha fatto evacuare le case vicino alla riva e stanziato delle guardie armate che impediscono l’accesso alle sponde del lago.
 
La sera andiamo a dormire stanchissimi, Selamu e’ crollato sul letto con la televisione accesa: sì, non abbiamo l’acqua corrente, ma in camera c’e’ il televisore.
Spengo tutto, sciolgo la zanzariera di Selamu e me ne vado a nanna anche io.
Come al solito mi sveglio prima dell’alba e aggiorno il mio diario fino al nostro arrivo ad Arba Minch, finalmente sono in pari.
 
– Arba Minch, 12 febbraio
 
Oggi e’ martedì e a Chencha e’ giorno di mercato, andremo a visitarlo. 
Arriviamo un po’ tardi alla stazione e non ci sono più veicoli “pubblici” in partenza per Chencha, dovremmo contrattare un mezzo privato per il trasporto.
Vediamo quattro ragazzi bianchi, noi turisti siamo riconoscibili ad un miglio di distanza, che discutono il prezzo del viaggio con il conducente di un minibus…..400 birr (quasi 20 euro) a testa, una follia!
Chiedo a Selamu di occuparsi della trattativa, fra Etiopi e parlando in Amarico si ragiona meglio, e dopo qualche minuto il prezzo diventa più ragionevole e accontenta tutti, noi e anche l’autista: 50 birr a testa.  
 
La strada si inerpica su per la montagna e da alcuni tornanti la vista spazia sui laghi Chamo e Abaya: l’istmo che li separa viene chiamato “il ponte di Dio”….non so perché: ma e’ uno spettacolo magnifico.
Superati i duemila metri il paesaggio cambia completamente e diventa quasi alpino, con bei boschi di abeti inframezzati da piccoli appezzamenti coltivati e piante di ensete: l’ensete assomiglia al banano, ma siccome non dà frutti e’ conosciuta anche come “falso banano”.
Ho un po’ di appetito e sono curioso di assaggiare degli “appetizers” da accompagnare all’ottima “local beer” ottenuta dalla fermentazione di un cereale simile al mais i cui chicchi sono squisiti, soprattutto se mescolati al piccantissimo trito contenuto nella ciotola: aglio, cipolle, peperoncini, pomodori e non so che altro ancora…..davvero appetitoso, ma per “spegnerlo” ci vuole molta birra!
 
La “local beer” si rivela piuttosto forte, ma e’ molto dissetante. Si beve in una speciale varietà di zucca, la “zucca a fiasco”: svuotata della polpa ed essiccata fa da contenitore….la calabash.
Ce ne sono anche di molto più grandi, che si usano per conservare i liquidi o i cereali macinati, ma ormai per il trasporto dell’acqua si usano le onnipresenti, leggere e resistenti taniche di plastica gialla.
 
Il fatto che apprezzi tanto questa specialità così piccante entusiasma le persone che ho attorno, una signora mi dice “bravo” in italiano….come al teatro! 
Anche Selamu ha sete, ma non saprei dove trovare dell’acqua minerale e lo invito ad assaggiare la birra, che se non viene allungata e’ molto più sicura dell’acqua normale.

Il mercato di Chencha e’ il punto di scambio fra i villaggi della zona e si vende di tutto, cereali, legumi, banane, polli, terrecotte…..prime fra tutte le Jebenà, le tipiche caffettiere etiopi.

Si vende anche il tabacco: viene mantenuto per alcune settimane sottoterra e poi fumato con una pipa ad acqua, tramite un lunghissimo beccuccio.

Anche in questo caso la mia curiosità nell’accettare di provarlo accende l’entusiasmo dei venditori.

Lasciamo Chencha per Dorze, un altro villaggio di montagna: lungo la strada ci fermiamo a caricare il radiatore di ricambio per un camion in panne: altro che cambiare una gomma, qui gli autisti sono prima di tutto ottimi meccanici!
A Dorze incontriamo Mekonnen, un giovane che ha allestito una sorta di eco-guesthouse nel cuore del villaggio per avvicinare i visitatori allo stile di vita tradizionale….e per contribuire all’occupazione, che equivale a contrastare l’emigrazione e quindi lo spopolamento.
Insieme a Selamu e me ci sono anche i quattro ragazzi che erano con noi sul minibus: sono dei volontari che lavorano in un orfanotrofio ad Awassa e si sono presi qualche giorno di riposo.
 
Mekonnen ci guida nella visita al suo villaggio e inizia mostrandoci le incredibili capanne dei Dorze: sono alte anche una decina di metri, ma la loro altezza cala mano a mano che vengono letteralmente “mangiate” dalle termiti e quindi tagliate alla base all’altezza del bambù ancora sano, 
sollevate e spostate come fossero “mobile houses”. Ci dice che occorrono circa sessanta persone, una ventina dentro la casa che si aiutano con lunghi bastoni a sostenere il tetto e altri quaranta che la sollevano dal perimetro esterno….incredibile!
 
 Le tre aperture in alto vicino al colmo del tetto servono a far uscire il fumo del focolare che viene acceso dentro la capanna per cucinare o riscaldarsi: prima di uscire, il fumo “disinfesta” la capanna dalle termiti.
Grazie alla resistenza del bambù le case dei Dorze non hanno bisogno del pilone centrale e dentro, una volta abituato l’occhio all’oscurità, si rivelano molto spaziose. 
Da un lato si dorme, con i letti dei bambini in alto, dall’altro si ricovera il bestiame che nelle fredde notti di montagna fa anche da “riscaldamento” e nel mezzo ci si dedica alle attività e si accende il focolare.
 
Le pareti sono realizzate con una struttura di bambù a cui sono fissate le foglie di ensete intrecciate.
L’ ensete non dà frutti, ma questo non gli impedisce di essere il fondamento dell’economia dei villaggi Dorze: di questa pianta non si non si butta via nulla, come per il maiale nelle nostre campagne……una sorta di “maiale” vegetale.
 
Raschiando gli steli con un affilato attrezzo di bambù si ricavano anche delle fibre per realizzare stuoie e corde, ma l’ensete e’ soprattutto una fondamentale risorsa alimentare.
Dalla raschiatura si ottiene una polpa che viene posta sottoterra, pressata e lasciata fermentare per un periodo che va dai pochi mesi fino ai quasi due anni: poi si reidratata aggiungendo un po’ d’acqua, si stende a forma di piadina e si fa cuocere fra due foglie di ensete.
 
Insomma, una specie di “pane a lunga conservazione” che e’ pure molto buono: d’altra parte siamo a circa 2.500 metri di quota, troppo in alto per coltivare il teff che si usa per l’injera.
Nel villaggio le donne filano il cotone che viene coltivato quasi mille metri più in basso, vicino al lago Abaya.
Gli uomini al telaio realizzano tessuti per gli “shamma”, che sono dei leggeri mantelli ricamati indossati dalle donne per andare in chiesa o al mercato; in versione più pesante vengono usati anche dagli uomini per proteggersi dal freddo o dalla polvere.

Nei pressi del villaggio c’e’ anche un “local pub” in cui c’e’ un sacco di gente seduta a bere il “tej”, una specie di liquore dolce a base di miele che viene servito in ampolle di vetro.

E’ molto buono e non sembra molto alcolico, per cui se ne può bere facilmente una grande quantità….ma poi ci si accorge che non e’ così leggero come sembrava.

Uno stereo diffonde musica etiope e si scatena la tipica danza Dorze, con movimenti di spalle e ginocchia per me assolutamente impossibili da imitare.
Ma una delle volontarie si rivela abilissima e desta l’entusiasmo degli altri avventori, anch’essi bravissimi ballerini e capaci di una coordinazione stupefacente….nonostante tutto il tej che hanno bevuto.
– Arba Minch, 13 febbraio
 
Selamu ed io iniziamo la giornata con un “macchiato” (si dice così, usando l’espressione italiana) davvero eccezionale: difficile gustarne uno altrettanto buono in Italia…..il caffè etiope e la sua preparazione non hanno eguali. 
Nel pomeriggio ci accordiamo con le guide della See Us Tour Guide Association per visitare il lago Chamo.
La strada che conduce al lago si inerpica sulla collina per poi scendere e affacciarsi sui due laghi: l’Abaya infestato dai coccodrilli ed il Chamo, dove e’ consentita la pesca….il paesaggio e’ bellissimo! 
 
All’imbarcadero troviamo una robusta barca di metallo con cui non corriamo alcun rischio, ma non si può dire lo stesso dei coraggiosissimi pescatori a bordo delle loro leggere zattere.
Forse chiamarle zattere e’ esagerato, sono quattro o cinque tronchi tenuti insieme da qualche legatura.
A poche centinaia di metri nuotano gli ippopotami e poco più in là abbiamo visto riposare i coccodrilli: Selamu ed io siamo assolutamente sbalorditi dal coraggio con cui questi uomini solcano le acque del lago. 

Siamo affascinati dagli animali, non avevamo mai visto così da vicino un coccodrillo nel suo habitat, ma lo “spettacolo” dei pescatori al lavoro supera ogni nostra aspettativa. 

E’ qualcosa di incredibile: i pescatori addirittura scendono dalla “zattera” per recuperare la loro lenza o rete camminando immersi nell’acqua fino alla cintola!
Lasciamo il lago pieni di ammirazione per chi si guadagna quotidianamente da vivere in maniera così coraggiosa.
– Konso, 14 febbraio
 
Prima di partire per Konso compriamo un paio di quaderni e delle penne in una cartoleria-libreria di Arba Minch, in modo che Selamu possa scrivere le nuove parole italiane che desidera imparare. 
L’idea di Selamu suscita la simpatia della libraia, che ci ricompensa con un sorriso.
Visto che l’asfalto e’ buono aiuto Selamu a preparare la sua rubrica, scrivo su un angolo della pagine le lettere A, B, C…. e lui ne scrive la pronuncia in Amarico. 
Così mentre il minibus viaggia quasi senza scossoni, noi due facciamo “classroom” di Italiano! 
La campagna che attraversiamo e’ davvero bella anche se non e’ più verde, le erbe e le coltivazioni sono ormai gialle per il sole e manca ancora più di un mese alla stagione delle piogge, però la terra ha un bel colore bruno che “sa tanto” di fertilità.
Anche i passeggeri “cambiano colore”: Selamu riferendosi alla loro carnagione più scura mi dice  “….they are so dark!….”
 
Poco dopo mezzogiorno arriviamo a Konso, appena due ore di viaggio: ci sistemiamo in un alberghetto e con le macchine fotografiche voliamo al mercato, sotto un sole cocente.
Scattiamo qualche foto a vedute del mercato in generale, perché le persone non sono molto inclini a lasciarsi fotografare e noi rispettiamo il loro desiderio.
O meglio, si potrebbero scattare facilmente delle foto offrendo una piccola mancia ai soggetti ritratti, ma e’ un approccio che non mi piace molto….ci dovrò riflettere. 
Rompiamo il ghiaccio quando mi fermo ad ordinare una birra, “local draft”, e ci sediamo a chiacchierare in mezzo agli altri avventori. 
E’ incredibile come la gente diventi amichevole e curiosa nei tuoi confronti quanto ti vede avvicinare alle proprie abitudini. 
Scatto qualche mio autoritratto “ambientato” e quando mostro le foto alle persone che abbiamo vicino scopro che tutti sono curiosi di vederle.
E nessuno vedendosi ritratto accanto a noi sul display della macchina ci chiede mai un birr……anzi, altre persone ci chiedono di “entrare” nell’inquadratura. 
 
In effetti c’e’ poco da stupirsi: probabilmente anche noi ci sentiremmo a disagio se venissimo fotografati da degli sconosciuti che nemmeno ci hanno rivolto la parola prima di scattare.
Più tardi entriamo nell’ufficio dell’Associazione delle Guide e quando ci illustrano i vari “tours” che possono organizzare spiego loro il nostro punto di vista.
 
Stiamo visitando la zona cercando di utilizzare i mezzi pubblici e non ci possiamo permettere di affittare un veicolo privato: ma anche se potessimo permettercelo non lo faremmo, perché pensiamo che se si desidera davvero conoscere la gente di un paese nuovo e le sue abitudini, le si debba stare vicino, iniziando con il condividere i loro stessi mezzi di trasporto.
 
Il mio ragionamento e’ piaciuto alle guide e ci propongono la visita di una villaggio nei dintorni di Konso, raggiungibile anche a piedi ed assolutamente non frequentato dai turisti (?).
Ci incamminiamo verso i campi: sui fianchi delle colline sono stati ricavati dei terrazzamenti sostenuti da muretti a secco….e’ stupefacente la somiglianza con il paesaggio ligure, con le “fasce” proprio dietro a casa mia!
Ma davvero sorprendenti sono le mura che cingono il villaggio: le più esterne sono davvero poderose e sono state erette più di seicento anni fa. 
Mano a mano che la popolazione aumentava venivano realizzate cinte di mure sempre più ampie per proteggere gli abitanti ed i loro animali dai nemici, al tempo il popolo dei Borana con cui ora i Konso sono in pace, e dalle bestie feroci.
Ancora oggi, forse più per tradizione, alla sera gli abitanti chiudono con dei pali di legno gli stretti passaggi ricavati nelle mura. 

I “tukul” più piccoli, simili a palafitte, hanno due funzioni: nella parte bassa e recintata servono da ricovero per il bestiame e al primo piano funzionano da magazzino per le granaglie.

Il villaggio non e’ molto grande, ma e’ densamente popolato: ci sono moltissimi compounds, gli spazi recintati che circondano i tukul delle varie famiglie ed i loro magazzini, l’uno a fianco all’altro.
 
Ci sono anche una decina di “Morà”: sono grandi tukul nella cui parte bassa ci si riunisce per prendere le decisioni importanti che riguardano la comunità, mentre la parte alta e’ adibita a dormitorio.
 
Dopo i 12 anni di età e finché non si sposano i giovani del villaggio passano la notte nella Morà più vicina alla casa di famiglia allo scopo di essere sempre pronti a portare aiuto in caso di necessità, ad esempio un attacco nemico o un più probabile incendio.
Lungo la via del ritorno incontriamo le donne che rientrano dal lavoro nei campi con i loro fardelli: una graziosa ragazzina mi prende in giro per il modo in cui pronuncio le parole che ho appena imparato e con cui saluto tutte le persone che incontro sulla via: Nagaità, Nagaità mugunà (buona sera), Ollà…..
– Konso, 16 febbraio
 
Abbiamo speso la giornata di ieri concedendoci un pò di relax e dedicandoci alla ricerca di un mezzo di trasporto per Omorate e ai preparativi per avvicinarci al Parco del Mago, dove vorrei riuscire a visitare un villaggio Mursi.
Perché tengo tanto ad andare a Omorate? Perché e’ l’unico punto della Valle dell’Omo raggiungibile con i mezzi pubblici da cui sia possibile vedere il grande fiume.
 
Partiamo da Konso in minibus: il paesaggio e’ molto bello, con quella bella terra scura appena rivoltata che dà l’idea di essere molto fertile…mi colpisce vedere il foraggio per gli animali posato a seccare sopra gli alberi, ad un paio di metri da terra.
Arriviamo a Djinka poco dopo mezzogiorno e Selamu va a cercare una pensione, mentre io lo aspetto con i bagagli: quando torna mi porta in una vera topaia, ma per la fretta di vedere il mercato lasciamo lì i bagagli…..semmai dopo cercheremo di meglio.
Fa piuttosto caldo e ci ripariamo all’ombra, sulla terrazza di un “bar” che si affaccia proprio sul mercato. 
Dobbiamo ancora risolvere il problema Omorate, non c’e posto sull’autobus di domani: un gentile avventore che parla Inglese ci consiglia di contattare gli autisti di qualche camion per viaggiare con loro in cabina…ma e’ illegale, ci penseremo.
 
Comunque ringraziamo mister G. per il suo consiglio e la sua gentile conversazione, Selamu si rilassa ed io mi concentro sulla vista che ho davanti: un affollatissimo mercato frequentato da persone di ogni genere.
La posizione della terrazza e’ davvero strategica e ne approfitto per fare qualcosa che forse non si dovrebbe fare: comodamente seduto al tavolino scatto alcune fotografie con il teleobiettivo.
Credo che non ci sia nulla di male se si tratta di foto generiche o di persone comuni, ma quando mi trovo a scattare qualche foto a delle giovanissime donne Mursi ho quasi la sensazione di “rubare” loro qualcosa.
Come trasportati nel nostro secolo da un’altra epoca, i Mursi caamminano scalzi e vestiti solo della loro coperta, le donne a seno nudo e con degli enormi “orecchini” inseriti nei lobi completamente stirati per fare posto al “piattello auricolare”.
La presenza dei Mursi intenti a fare compere e’ di gran lunga la cosa più interessante che può offrire il mercato di Djinka: purtroppo la loro “diversità culturale” li espone a qualche forma di discriminazione da parte degli Etiopi “civilizzati”.
Come tutte le popolazioni tribali native del Sud dell’Etiopia, anche i Mursi vengono considerati con un pò di sussiego dagli altri Etiopi, che li guardano dall’alto in basso e molto spesso non li considerano al proprio livello sociale.
E’ davvero incredibile vedere l’enorme labbro inferiore delle donne adulte pendere dalla loro bocca quando non portano il piattello labiale: i due incisivi inferiori vengono loro tolti quando sono ragazzine per fare posto al piattello.
Normalmente quando la donna si trova in pubblico porta il piattello labiale, che e’ considerato un segno distintivo di bellezza: più e’ grande, più la donna e’ apprezzata.
Ci sono diverse teorie sulle origini di questa usanza: alcuni sostengono che la deformazione del labbro servisse a rendere meno appetibili le donne ai mercanti di schiavi….chissà.
Alcune ragazze si offrono di farsi fotografare per pochi birr, ma la cosa non mi entusiasma: accetterò in un caso o due, ma non mi piace il tipo di “relazione” che si crea.
 
Non mi e’ sembrato corretto neppure “rubare” le immagini che ho ripreso dalla terrazza: dovrò riflettere sulla cosa, perché in effetti io ho ricevuto un grande beneficio-piacere scattando quelle fotografie. 
Le trovo molto belle ed interessanti, per me costituiscono un piccolo tesoro….ma non c’e’ stata nessuna relazione fra i soggetti ritratti e me e soprattutto loro non ne hanno avuto alcun piacere o beneficio. 
– Djinka, 17 febbraio
 
Ieri ho appurato che per un turista e’ praticamente impossibile raggiungere i villaggi Mursi in autobus. 
In realtà sembrerebbe esistere un raro e poco affidabile servizio “pubblico”, ma e’ rivolto ai Mursi che si recano a Djinka per il mercato….anche se molti di loro lo fanno a piedi.
Un’agenzia di guide ci aveva proposto un “tour” in Land Cruiser, ma spiego loro che non sono interessato a quel tipo di trasporto perché lo ritengo troppo invasivo..….però parlando a lungo ci inventiamo l’opzione “motocicletta con autista”.
 
Nel nostro caso il prezzo complessivo non cambia molto perché due moto costano 50 dollari al giorno, mentre una macchina ne costa 130: però l’approccio e’ completamente diverso da quello che si avrebbe arrivando in un piccolo villaggio a bordo di un grosso fuoristrada.
A noi servono due moto perché ho scelto di viaggiare insieme a Selamu, mio compagno ed interprete, ma se un turista decidesse di muoversi da solo il risparmio sarebbe notevole…..e soprattutto il suo “impatto” sulla realtà che desidera conoscere sarebbe ancora minore.
 
Quindi stamattina siamo partiti con le moto e i due drivers con l’idea di passare il pomeriggio e la notte in un villaggio Mursi, in modo da poter conoscere un po’ della loro cultura e delle loro abitudini.
La mia speranza e’ quella di evitare il “mercato” in cui si stanno trasformando le “visite lampo” dei turisti: un’ora o due per scattare qualche fotografia agli abitanti del villaggio, in posa per qualche birr….e poi via, senza quasi altro scambio se non quello economico.
 
Entriamo nel Mago National Park attraverso un’ampia pista su cui incontriamo spesso cantieri e mezzi di scavo: penso che di certo non e’ stata costruita per agevolare gli spostamenti dei pochi Mursi che vivono nel parco e che normalmente si muovono a piedi. 
Infatti Lalla, il mio driver, mi dice che e’ stata realizzata per raggiungere la nuova grande “sugar cane plantation”, che dovrebbe venire irrigata utilizzando anche le acque del fiume Omo, ulteriormente imbrigliate dalla grande diga Gibe 3, ancora in costruzione.
Il viaggio in moto e’ straordinariamente confortevole, non me lo aspettavo: si tratta di moto cinesi, devono essere davvero robuste, perché il percorso e’ interamente su strada sterrata. 
Qui in Ethiopia la Cina e’ economicamente molto presente, ha investito in grandi infrastrutture e acquistato immensi appezzamenti di terra coltivabile.
Ah….non credevo neppure che il paesaggio sarebbe stato così verde. Avvicinandoci al villaggio vediamo alcuni piccoli granai che da lontano avevo ingenuamente scambiato per tukul. 
Arriviamo al villaggio di Jammery Helma verso mezzogiorno, il sole picchia davvero forte e ci fermiamo a riposare qualche ora su delle pelli di mucca: i Mursi le usano come “letto”.
 
Al risveglio dal pisolino Lalla ed io prendiamo una moto e andiamo a rinfrescarci presso un fiumiciattolo, dove incontriamo alcuni giovani Mursi.
E’ un incontro piacevole ed estremamente interessante: resto sorpreso dall’interesse che risvegliamo in loro e da quanto siano ben disposti nei nostri confronti.
 
Ad un certo punto ho un’idea: regolo la mia macchina fotografica e la affido ad un giovane Mursi……sì, queste belle foto sono state scattate da un ragazzo Mursi, io le ho solo un po’ riquadrate: non male per un principiante!

Cosa mi dice il giovane che mi sta accanto?   “….Mursi togne….Paolo togne….”  che in lingua Mursi più o meno significa:  “…..io Mursi mi sono lavato….Paolo si e’ lavato…..”

Rientrati al villaggio mi avvicino ad un gruppetto di uomini Mursi seduti all’ombra di un albero: stanno chiacchierando….mi siedo fra di loro.
Conosco solo l’espressione SARO, SARA per il femminile, che credo significhi  …come ti chiami?… , …come si dice?… , …mi chiamo… , …si dice… ; ma e’ sufficiente a scambiare qualche parola e a presentarci:  …saro Paolo = mi chiamo Paolo….  
 
Imparo come si dice piede, gamba, naso, fucile, capelli…..e lo annoto sul mio quadernetto, che diventa un piccolissimo dizionario Mursi. Mi sembra che per indicare la lingua straniera si dica TARO, quindi:  
 
 
– taro piede, Mursi? Giari                                     …….nella mia lingua si dice piede, come si dice in lingua Mursi? Giari 
 
– Mursi korron, taro Collo                                     …….in Mursi si dice korron, nella mia lingua (straniera) si dice collo 
Quando torno al nostro posto, a neanche cinquanta metri di distanza, trovo un bel problema: non solo e’ quasi finita l’acqua in bottiglia (….perché ne abbiamo portata così poca? domando a Lalla), ma alcune donne Mursi si sono ubriacate e hanno iniziato a darsele di santa ragione.
Non sembra un gioco, infatti vediamo volare le bastonate: Selamu e’ molto preoccupato e i due drivers ventilano con insistenza l’ipotesi di andare a dormire in una località lì vicino, Hanna, e tornare l’indomani per scattare delle foto.
 
Spiego a Lalla che non e’ possibile, devo dormire qui, questo e’ il mio progetto e non posso tornare indietro a meno che non ci sia un reale pericolo, ma non mi sembra che in questo momento i Mursi si curino di noi.
Secondo me possiamo restare, anziché acqua berremo latte, che fra l’altro ho assaggiato al nostro arrivo ed e’ buonissimo, e appena i Mursi si calmeranno Lalla verrà con me a tastare la situazione presso il gruppetto di uomini che ho conosciuto prima.
Alla fine va tutto bene, ci sediamo e conversiamo, io riprendo il mio quaderno per annotare le parole nuove ed i nomi propri delle persone e come sono “vestite” per poterle chiamare con il loro nome….la situazione ritorna tranquilla.
 
Sicuramente ci ha aiutato a riportare la calma una bottiglia di “areke” che abbiamo acquistato dalle donne e portato in omaggio agli uomini: e’ un liquore locale che piace molto ai Mursi e fra l’altro Lalla ed io ci accorgiamo che nonostante sia forte, fa passare la sete.
Torno al nostro posto a prendere la macchina fotografica, la regolo e la affido a Lalla incaricandolo di scattarmi qualche foto mentre parlo con le persone che ho attorno: penso che sia meno invasivo un Etiope che fotografa un turista rispetto ad un turista che fotografa un Mursi.
La svolta avviene quando una donna mi chiede se abbiamo qualcosa per alleviare il bruciore agli occhi di suo figlio: ho soltanto del collirio, lo vado a prendere e ne lascio cadere alcune gocce sugli occhi del bambino, che poverino urla perché gli brucia….ma almeno gli pulisce gli occhi.
I Mursi sono soggetti sia a problemi agli occhi, sia a problemi allo stomaco per via dell’acqua che usano per bere e per lavarsi: Olivilì, un ragazzo Mursi che mi ha preso in simpatia mi dice che pensa di avere “mud”, fango, nello stomaco.
 
Alla fine della “cura” la mamma mi tende la mano per ringraziarmi, ma non so se abbiamo risolto nulla, perché il collirio che le ho lasciato dà solo un sollievo momentaneo e il flacone non durerà molto tempo: compreremo delle medicine a Djinka e Lalla gliele porterà alla prossima occasione.
La macchina fotografica ormai e’ accettata, anche se la uso discretamente ed evito di puntarla direttamente sulle persone che ho vicino: preferisco coinvolgerle in degli autoscatti.
Beviamo un’altra bottiglia di areke, che fra l’altro piace molto anche a me e non sembra sovreccitare i Mursi: anzi, ho l’impressione che bere insieme dalla loro stessa ciotola, che chiamano BAKI TILA, mi abbia fatto “accettare” con meno riserve.
Ad un certo punto Lalla mi dice che il capo villaggio ci ha invitato a bere, così ci addentriamo fra i tukul ed il bestiame e subito arrivano sia l’immancabile areke, sia quel latte incredibile che Olivilì mi ha fatto assaggiare nel pomeriggio: credo di non aver mai bevuto nulla di più buono. 
Poi scoprirò che non e’ latte, ma IRGO (non so se si scrive così)….una miscela di latte, yoghurt, formaggio, panna e fiocchi di latte….  
 
Olivilì mi accompagna al nostro “campo”, dove abbiamo le moto e le nostri pelli di vacca per dormire, a neanche cento metri di distanza: due giovani Mursi stanno mangiando un porridge di sorgo e miglio che intingono in una salsa rosso scura e me lo offrono per cena.
Il sapore e’ forte e per me insolito, però non e’ male: Selamu e i due driver preferiscono mangiare il cibo in scatola che abbiamo portato in caso di emergenza, ma per me e’ sicuramente più interessante assaggiare il Mursi-food.
 
Siamo tutti stanchissimi e dopo cena crolliamo sulle nostre cow skins. 
Nonostante il chiarore della mezza luna si vedono una miriade di stelle ed e’ uno spettacolo meraviglioso: sdraiati su pelli di mucca, come i nostri vicini Mursi che dormono a poche decine di metri di distanza, sotto le stelle e accompagnati dai canti delle donne e dei bambini….e’ davvero emozionante.
 
Mi sveglio verso le undici, le donne ed i bambini stanno ancora cantando……..quando li vedo accendere un grande fuoco ed iniziare una danza.
Mentre osservo questo spettacolo, alcuni bambini mi si avvicinano e mi accarezzano la pancia, forse non sono abituati a vedere una persona dalla pelle chiara con la pancia scoperta: ho addosso solo i calzoncini del pigiama.
SARA TAI, la Luna….SARO MUGUGNI, Orione…..e’ inutile cercare di descrivere la meraviglia del cielo stellato…..al calare della luna si vedono contemporaneamente l’Orsa Maggiore e la Croce del Sud. 
Quando torno a “letto” inizio a scrivere alla luce della torcia: e’ davvero incredibile….e’ l’una di notte ed i Mursi stanno ancora cantando. Siamo fuori dal tempo, o quasi……
– Jammery Helma, 18 febbraio
 
La notte e’ stata fresca, ma sopportabile…….ed incredibile, forse per l’aria fresca non c’erano zanzare.
Prima dell’alba i Mursi hanno acceso i loro fuochi per scaldarsi: durante la notte si avvolgono nella coperta che di solito lasciano pendere da una spalla per coprirsi durante il giorno, metà sul davanti del corpo e metà dietro.
 
Quando mi alzo scatto qualche autoritratto con il cavalletto e immediatamente vengo raggiunto dai bambini incuriositi.

Scatto una foto ad alcuni di loro, che indossano dei suggestivi ornamenti di corno o di cuoio e metallo……scoprirò più tardi che sono i figli più piccoli del capo villaggio.

Insieme a loro c’e una donna, credo la madre e quindi dovrebbe essere una delle mogli del capo villaggio, ma non ne sono sicuro: Lalla e Selamu dormono ancora e quindi fatico a comunicare.
Non indossa il piattello labiale né altri ornamenti, ma e’ ancora presto e tutto sommato ci troviamo in una situazione piuttosto informale.
Sempre circondato dai bambini faccio colazione con dell’ottimo latte di vacca, denso e nutriente…..ma l’IRGO che ho assaggiato ieri e’ tutta un’altra cosa.
Poco dopo inizia il rituale delle foto: dico a Lalla di riferire al capo villaggio che non abbiamo bisogno di scattare molte fotografie, ma alcune sono quasi “obbligatorie”….
 
E anche se questo “scambio” non mi entusiasma, mi presto volentieri perché ieri e oggi ho vissuto un’esperienza magnifica, che mi ha permesso di conoscere un po’ più da vicino la vita del popolo Mursi.
Credo che ormai le visite dei turisti siano una fonte economica fondamentalei: ogni persona riceve 10 birr per la sua fotografia…..fra l’altro alcune foto risulteranno anche molto belle. 
 
Il Capo e’ uno degli uomini più in carne del villaggio: contrariamente al “nostro” modo di vedere, essere bene in carne e’ segno di rango e soprattutto di agiatezza, dimostra che si hanno i mezzi per nutrirsi abbondantemente.
….la moglie del Capo, che credo sia un po’ come il Capo delle mogli……..
…..il Capo dei figli, probabilmente il più grande, anche lui armato del suo bel AK47 (il Kalashnikov) che e’ sia un segno di prestigio, sia un fondamentale strumento di “deterrenza” per proteggere il bestiame dai nemici.
Gli scontri fra tribù rivali per il pascolo e i furti di bestiame non sono più violenti, ma in passato hanno fatto decine di vittime, tanto che dovette intervenire il governo centrale.
…….. alcune donne sfoggiano il loro piattello labiale e delle elaboratissime acconciature: anche se ormai non e’ una novità…..per me vederle indossare resta sorprendente.
Anche Selamu ne rimane esterrefatto, aveva sentito parlare dei popoli del Sud e dei Mursi, ma non aveva mai visto nulla di simile: purtroppo come la maggioranza degli Etiopi, conosce poco il suo grande Paese.
Ed infine altre donne indaffarate nelle mille occupazioni che riempiono la loro giornata a partire dal primo mattino…..attività per le quali normalmente non si indossano né il piattello labiale, né le elaborate acconciature che intralcerebbero le faccende “domestiche”: rifornirsi d’acqua e di legna da ardere, macinare il miglio o il sorgo, preparare i pasti, accudire i figli…..

Chiedo di dare un’occhiata al bestiame e ai bambini pronti per portarlo al pascolo: un adulto cosparge il loro viso di fango mescolato ad acqua e forse a cenere, in modo da proteggerli da mosche tse-tse e zanzare…e quindi dalla malattia del sonno e dalla malaria.

Cosparge anche il mio viso e da quel momento divento PAOLO MURSI……
Sulla via del ritorno ci ferma la polizia perché siamo senza “scout”, cioè un uomo di scorta armato, ma si dimostrano molto comprensivi: forse li ha divertiti il viso mio e di Lalla infangati e ce la caviamo con una piccola multa.
Sapevo della necessità di ingaggiare uno scout, ma non sarei mai andato in visita ad un villaggio accompagnato da un uomo armato, anche se si dice che a volte i Mursi siano un po’ scontrosi…….spesso vengono definiti addirittura aggressivi.
 
La mia unica esperienza, che quindi non può essere generalizzata, e’ stata molto diversa….anche se credo che il nostro approccio “leggero” abbia fatto la differenza, nonostante la nostra visita sia durata poco più di ventiquattro ore.
Forse lavarsi insieme ai Mursi, bere l’areke con loro e consumare il loro cibo, dormire vicino a loro e sulle loro stesse pelli di vacca, tentare di comunicare ed interessarsi alle loro cose ci ha fatto sembrare più “ospiti” che “disturbatori”.
 
Arrivando a Djinka dico a Lalla di fermarsi davanti ad una farmacia, dove consigliato dalla dottoressa compro della tetraciclina e delle vitamine del gruppo B per i “nostri ospiti” Mursi: Lalla gliele porterà davvero alla prossima occasione? Non avrò modo di saperlo.
Dopo cena Selamu e’ stanco e va a riposare, io rimango a tavola mentre i camerieri sparecchiano, voglio finire di raccontare la giornata di ieri e scrivere delle cartoline.
Quando vado a dormire sono stanchissimo, copro Selamu con la sua zanzariera….come al solito crolla addormentato senza aprirla….e me ne vado a nanna. Buona notte!
Il mio viaggio insieme a Selamu continuerà ancora per una settimana, una settimana in cui lui mi farà da interprete dall’Amarico all’Inglese ed io lo “accompagnerò” alla scoperta di altri luoghi della Omo Valley.
 
Arriveremo in autobus ad Omorate, l’unico paese sulle sponde del fiume Omo raggiungibile con i mezzi pubblici e conosceremo i Dassanech che vivono miseramente accampati sull’altra sponda. 
Viaggeremo in camion fino a Dimeka, dove incontreremo gli ospitalissimi Hammer e avremo la fortuna di assistere alla cerimonia del “salto del toro” con la quale i giovani Hammer fanno il loro ingresso nel mondo degli adulti. 
Tornati a Djinka decideremo di attraversare la savana in fuoristrada, non c’era altro mezzo, per raggiungere il villaggio di Korcho (o Kolcho) che sorge su un colle presso un’ansa del fiume Omo, sulle cui sponde i Karo coltivano sorgo e miglio.
 
Sintetizzare i due giorni trascorsi fra i Karo mi e’ impossibile, come per quelli passati ad Omorate o a Dimeka…….dopo due settimane passate insieme Selamu ed io ci lasceremo a Soddo, il nostro punto di partenza, il luogo in cui ci siamo conosciuti. 
 
Per ancora più di un mese  continuerò il mio viaggio in Ethiopia, a questo punto da solo perché non avrò più bisogno di un compagno-interprete: nel resto del Paese e’ piuttosto facile comunicare in Inglese.
E’ stato un viaggio bellissimo e piuttosto lungo: sono partito da Genova ai primi di febbraio e sono tornato in Italia a fine marzo, ma se avessi avuto più tempo non mi sarebbero certo mancate mille altre affascinanti mete da esplorare.
 
Sì, l’Ethiopia e’ un Paese davvero fantastico……

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Mali – Diario di viaggio

Mali – Diario di viaggio

Si parte per il Mali! Alle 8.25 abbiamo il volo da Genova, arriviamo a Roma e lì incontreremo il gruppo di Avventure nel Mondo. Abbiamo avuto pochi contatti con i nostri compagni di viaggio, solo qualche mail con la capogruppo. Io non ho contattato nessuno perché non voglio immaginare come saranno i componenti del gruppo prima di partire, preferisco scoprirlo “sul campo”, perché troppe volte l’apparenza inganna. L’appuntamento è alle 11, abbiamo tutto il tempo di fare le cose con calma e di prendere l’ultimo caffè italiano a Fiumicino. Da Roma voliamo ad Algeri, dove dobbiamo aspettare 5 ore il volo per Bamako. Chiacchieriamo con alcuni componenti del gruppo e ci prendiamo un caffè algerino. L’aeroporto è piuttosto nuovo e deserto, siamo solo noi e poche altre persone. Il volo per Bamako prosegue per me in dormiveglia.. sono circa 4 ore ma mi sembra lunghissimo… Arriviamo a Bamako alle 23, per fortuna con noi arrivano anche tutti i bagagli e quindi andiamo in albergo: squallidissimo, nel classico stile Avventure nel Mondo. Vado a dormire tardissimo, perché voglio riorganizzare il bagaglio e farmi una doccia.

Mali di fine secolo – Diario di viaggio

Mali di fine secolo – Diario di viaggio

Il viaggio di ritorno a  Itaca di Ulissa  è stato lungo  dieci anni, per far ritorno alla sua isola, vagando per il Mediterraneo. Ne ho impiegati di più e visitato molti paesi e città del mondo. Ho trascorso pezzi di vita altrove, per lavorare, ma anche per scoprire,  per ritornare e poi raccontare per ricordare. La mia Itaca non è un’isola, ma una penisola, l’Italia. Lo stesso, il cammino è stata la meta, cioè il ritorno in Italia, dopo i viaggi.  Ho viaggiato, quindi, non da Itaca a Itaca, ma dall’ Italia all’Italia.

Goa, tra la salsedine e l’incenso – Diario di viaggio

Goa, tra la salsedine e l’incenso – Diario di viaggio

E’ un posto strano Goa. E’ un’India che non è India.
Quando arriviamo all’aeroporto di Dabolim, dopo ore di aerei e attese, veniamo avvolti dall’afa e da una folla di persone. Poi ci aspetta un’altra ora e mezza di strada polverosa e trafficata, fino ad arrivare a Palolem.

Goa è lo stato più piccolo, potrebbe facilmente passare inosservato sull’enorme mappa del Paese, ed è anche il più ricco, con un PIL pro capite di due volte e mezzo la media nazionale. Il motivo è legato al suo passato e al turismo, che attira ogni anno migliaia di persone lungo i suoi 100 Km di costa.

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