Passaggio in Eritrea con Antonio Politano

Maggio 2019 - Diario di viaggio di Gloria
18 giorni

Febbraio 1938

” Ciao Antonio , mi raccomando stai attento, la strada è pericolosa .Non ti preoccupare Asmara andrà tutto bene , a presto “

Siamo nel febbraio del 1938 mio nonno è alla guida di una macchina o di un camion sulla strada che collega Massawa ad Asmara; poi un incidente, sembra nulla di grave, forse una gamba rotta. Qualcosa però va storto in ospedale, un farmaco sbagliato, un’infezione, non si sa ( io non l’ho mai saputo ) mio nonno muore il 9 febbraio del 1938. Mia nonna, Asmara, rimarrà in Eritrea sino al settembre del 1943 per rientrare dopo l’armistizio circumnavigando l’Africa. Dopo un viaggio lungo più di un mese arriverà sola, su una corriere tutta per sé, al suo piccolo paese toscano Lajatico;

li ad aspettarla c’era anche mia madre che non la vedeva da più di 5 anni.

Erano belli i miei nonni, guardateli, la nonna Asmara a suo modo “africana” è rimasta tutta la vita

 

 Primavera 2019

…”Ciao Antonio , grazie per avermi chiamata, ti volevo  chiedere qualche informazione in più sul viaggio Workshop di scrittura e fotografia in Eritrea, sai io non sono ne una fotografa, ne una scrittrice, non vorrei sentirmi fuori posto, però i miei nonni hanno vissuto in Eritrea per parecchi anni ed il nonno è sepolto li…”

“Devi venire , dai sarà importante per te “ questa è la risposta di Antonio Politano che non ringrazierò mai abbastanza per aver fugato i miei dubbi, avermi accolto nel suo gruppo ed avermi dato un mare di consigli dei quali spero di aver fatto tesoro.

Asmara

Atterro ad Asmara da sola, scoprirò poi che sul volo c’erano anche due altri miei compagni di viaggio, Tommaso e Giulia ( saremo compagne di stanza )

Il resto del gruppo arriva delle fatiche della Dancalia e dalle settimane trascorse in Etiopia; è già affiatato molti si conoscono da tempo, amici e studenti di Antonio. Vi voglio ricordare tutti: grazie a Giulia assistente di Antonio, all’altra Giulia, Isabella, Gianmarco, Jean Luis tutti allievi di Antonio pieni di entusiasmo ed energia, Luca che ha contribuito all’organizzazione del viaggio ( ai più noto come “profeta” ), Tommaso (chi non riconoscerebbe la sua voce di conduttore radiofonico di Fahrenheit ) Marcella amica di Antonio e la terza Giulia, mia perfetta compagna di stanza, che lavora per Lonely Planet, davvero grazie di cuore a ciascuno di voi per essermi stati accanto in questo viaggio speciale.

Presentazioni di rito ed incontro con la nostra giovane guida Bereket, sarà sempre gentile e disponibile, riservato ed un poco timoroso, un grazie anche a lui ed al nostro fantastico autista Moussi.

La storia della mia famiglia, così come quella del nostro paese, è tragicamente legata a quella Eritrea, non è facile essere “turisti” in questo paese,  sarà un viaggio diverso da molti gli altri, lo intuivo prima di partire e me ne rendo conto subito camminando per le via della città.

La sua struttura urbanistica ed architettonica sono peculiari ( Asmara è stata inserita tra i siti patrimonio mondiale dell’Unesco nel recente 2017 ) impossibile non riconoscere i segni dell’architettura italiana; si nota negli edifici più monumentali ed iconici, come nei quartieri a ridosso del centro. Ci sono le piazze, i viali, le bellissime costruzioni del “quartiere dei villini” circondate da bouganville, i bar lungo il corso principale, la grande Chiesa della Beata Vergine del Rosario e le vecchie macchine Fiat  parcheggiate lungo i marciapiedi usate oggi per la scuola guida.

Bere un caffè macchiato, fare colazione con cappuccino e brioches appena sfornate al bar Vittoria, passeggiare ed incontrare qualche anziano signore che con garbo di altri tempi si avvicina e ti saluta in italiano. Assistere in un pomeriggio assolato ad una gara di biciclette, sport amatissimo in tutta l’Eritrea e sempre per strada vedere in un piccolo bugigattolo di lamiera, immerso tra pezzi di ricambio di vecchie bici, un anziano signore che ci saluta sorridente mentre sta mangiando un piatto di spaghetti al pomodoro;  si è ricondotti in una atmosfera familiare seppur di altri tempi.

Asmara mi appare ancora un po’ italiana, nei piccoli bar con i tavolini all’aperto, nella grande sala da bowling costruita negli anni ’50 dove si trovano decine di tavoli da biliardo, le pareti sono tappezzate di vecchie foto e sul tabellone dei segnapunti campeggia la scritta : Bilardi F.lli De Agostini  Torino. 

Se si guarda bene però, l’anima africana emerge con altrettanta chiarezza ; basta sentirne gli odori, ascoltarne i rumori, guardare con attenzione e tutta la fierezza ,la bellezza del popolo eritreo sono li davanti ai nostri occhi, noi siamo solo ospiti accolti con gentilezza.

Il mattino seguente abbiamo la grande opportunità di incontrare Tseggai Mogos caro amico di Antonio, ha partecipato attivamente alla resistenza durante l’infinita guerra contro l’Etiopia ed è stato poi ambasciatore eritreo in Italia. Quante cose vorremmo chiedergli seduti al bar Vittoria ( ormai il “nostro” bar ) lui ci risponde con molta attenzione, ci regala il suo racconto dell’Eritrea di ieri e di oggi, uno sguardo privilegiato, per noi sarà un incontro prezioso. Grazie a lui saremo anche ospiti nel pomeriggio ad una festa di matrimonio, ceneremo tra canti e danze (  servizio fotografico alla sposa affidato ad Antonio ) un’esperienza tra le tante da ricordare.

Da subito c’è qualcosa però di particolare che mi sorprende; la sensazione che provo camminando su queste strade, sedendomi sui tavolini del bar lungo il corso principale, entrando al cinema Roma dove ora in assenza di film si proiettano le partite di calcio, è sempre accompagnata dalla stessa domanda : ma voi nonni qui ci siete stati, vi siete bevuti un caffè macchiato al bar del  Roma?

Massawa – Isole Dahlak – Massawa

Lasciamo per ora la città e partiamo per Massawa percorrendo la strada che costruirono gli italiani, passeremo in poco più di 100 km dai 2325 m. di altitudine della capitale, al mare. Il percorso è bellissimo, tortuoso tra le montagne e le valli più in basso, piccoli paesi lungo il tragitto, una sosta per il pranzo. Man mano che si scende la temperatura cambia, basta aprire il finestrino per sentir entrare un’aria calda e umida, scendiamo per le foto di rito al ponte di Dogali mentre sotto pascola una mandria di dromedari, siamo piombati nel caldo torrido di Massawa.

E’ quasi sera, il viaggio è stato comunque lungo, alloggeremo al Dahlak Hotel situato poco prima del ponte che conduce alla città vecchia, un’enorme struttura bianca con tanto di piscina, hall di ingresso imponente, centinaia di camere, oggetti antichi qua e la e mi chiedo: che ci fa un albergo così grande in un posto come questo?

Con il sole che scende entriamo per la prima volta tra vicoli della città vecchia, in apparenza deserti ; qui si vive di sera e di notte quando la temperatura si fa più sopportabile. Si esce dalle case fatiscenti tra i cumuli di macerie tutte ancora li dopo la guerra, si va alla moschea per l’ultima preghiera, si cena e spesso si dorme all’aperto su piccole brandine.

Incontriamo anche Vincenzo Meleca che ci accompagnerà nelle isole, ha già prenotato il miglior ristorante di pesce della città ( si narra di tutta l’Eritrea). Ha scelto per noi il pesce al mercato di mattino presto, qui verrà aperto in due, insaporito con spezie e messo a cuocere nelle braci del tradizionale forno dancalo, profondo e di forma circolare. Si cena all’aperto su tavole di plastica in una piccola piazza nel cuore della città vecchia;

lo ammetto, io sono vegetariana, ma non dimenticherò mai il gusto di quel pesce e di quello che mangerò le sere a seguire sulla spiaggia deserta della “nostra” isola.

Isole Dahlak

Vincenzo è grande conoscitore di questo mare, di queste isole in particolare, molte ne ha visitate  negli anni descrivendole nei suoi libri. Non aspettavi isole caraibiche ricche di vegetazione e alloggi a 5 stelle, sono piccolissimi lembi di sabbia ricoperti il più delle volte solo di qualche arbusto. Poche isole abitate da popolazioni di etnia afar e tigré e forse da alcuni discendenti degli arabi che le dominarono, l’approvvigionamento dell’acqua è sempre molto difficile.

Esistono delle antiche cisterne nell’isola di Dahlak Kebir , mentre per le isole più vicine l’acqua arriva da Massawa, qui la vita è dura davvero.

Vincenzo, sarà una guida preziosa, un vero compagno di viaggio, generoso di racconti; ha scelto l’equipaggio ed ha concordato con le autorità ( per ogni cosa in Eritrea ci vuole un permesso ) quali isole potremmo visitare e su quale attraccare per allestire il nostro campo.

Non utilizzeremo dei sambuchi le antiche barche che sempre hanno solcato questi mari, ma mezzi più veloci e moderni, il mare sarà calmo per fortuna ed il caldo torrido.

Visitiamo una delle poche isole abitate dell’intero arcipelago, l’isola di Dohul quando scendiamo a riva ci accolgono ragazzi su moto yemenite, bambini, qualche donna ed un vecchio con improbabili occhiali da sole ( scoprirò poi che erano stati barattati per farci scendere ) .Il villaggio è abbastanza grande, ci sono poche persone in giro; veniamo a sapere che c’è una scuola e chiediamo il permesso di visitarla.

Alcuni di noi girano in autonomia sull’isola, io Tommaso ed altri invece, attendiamo il permesso per entrare nella scuola e riusciamo a scambiare qualche parola con uno degli insegnanti. L’edificio in condizioni precarie è immerso nel “nulla”, ho visto  pochissimi alberi sull’isola, due piccoli vicino alla baracca adibita a moschea, non c’è ombra se non al riparo nelle modeste abitazioni . Veniamo a sapere che gli insegnanti sono stati inviati qui dal governo, provengono dalla terra ferma, hanno dovuto lasciare le loro famiglie e non sanno quanto si dovranno fermare. Vivono in 4 piccole costruzioni vicino alla scuola e non possono di certo andarsene volontariamente; il regime si è inasprito negli ultimi anni ne raccoglieremo testimonianze durante tutto il nostro viaggio.

Si riparte per mare, avremo tempo per lo snorkeling e la pesca; confesso ho visto mari più ricchi di pesce e coralli, ma Vincenzo mi conferma che anche qui purtroppo tutto sta cambiando. Questo mare un tempo ricchissimo è sempre più depredato della sua risorsa più importante dai grandi pescherecci dei paesi vicini (Egitto principalmente).

Nelle isole ormai si vive di piccolo contrabbando con le grandi navi che attraccano al porto di Massawa, molto meno di pesca come un tempo. Qualche piccolo peschereccio lo avvistiamo, chiediamo di poterci avvicinare per qualche foto ( lunga trattativa con Antonio ) ci offrono del  pane cotto a bordo e si lasceranno poi fotografare durante una battuta di pesca.

Il caldo non da tregua, c’è umidità e si dorme all’aperto ( quasi impossibile in tenda ) ma guardando in alto c’è un altro mare fatto di stelle, il silenzio è rotto solo dal rumore delle piccole onde e da qualche uccello in lontananza, è bellissimo. Lo sa bene Vincenzo che vedo sempre all’imbrunire e all’alba seduto sulla sua seggiolina a guardare l’orizzonte, credo di capire il suo amore per questi luoghi solitari e lontani.

Tempo di rientrare a Massawa, il saluto più bello questo mare ce lo regala nell’incontro con un piccolo gruppo di delfini, una meraviglia, siamo stati fortunati.

Ritorno a Massawa

Giulia ed io ci concediamo un giro in solitaria per la città vecchia, io cerco la “mia” piazza e la ritrovo. Bellissima anche se deserta è vicina al porto, e riconosco lo scheletro bombardato dell’edificio ex sede della Banca d’Italia , era uno dei più belli di tutta l’Eritrea. Non si potrebbe entrare è pericolante a dir poco, ma non resistiamo e cerchiamo almeno di dare un’occhiata all’interno. Gli ambienti sono imponenti, illuminati da squarci di luce accecante, provo ad immaginarli pieni di gente in abiti coloniali e non, “vedo” la gente seduta ai tavoli dei bar della piazza magari verso sera per un caffè, il vecchio porto è poco distante. Quante persone sono passate di qui anche tu nonno, ritrovo la tua foto in tasca e in qualche modo ritrovo anche te.

Non so spiegarvi la sensazione con esattezza, il dolore per la distruzione e le macerie si uniscono alla felicità di riconoscere quei luoghi, le foto del nonno hanno accompagnato tutta la mia infanzia. Massawa porterò con me il  tuo ricordo, di certo la nostalgia, di una bellezza e di un fascino sopravvissuti anche all’orrore di una guerra infinita.

Ci spostiamo e giriamo ancora per la città vecchia; una giovane donna pulisce con una scopa il piccolo spiazzo di terra davanti alla sua casa diroccata, ci sorride e si racconta, ha due figli ed è sola. Un’altra signora cucina per strada e ci offre delle frittelle. Entriamo in un bar, anche qui ci accoglie una donna con un sorriso, parla volentieri con noi, è venuta qui per volere del fratello tanti anni fa quanto ancora c’era vita, c’erano ragazzi e ragazze che si incontravano, ascoltavano musica nei locali e si ballava. Ora tutto è cambiato la città è vuota, molti uomini sono andati in Etiopia con l’apertura della frontiera dopo la fine della guerra per cercare lavoro e molti sono scappati per un viaggio ben più lungo e tragico.

Ricordo vedendo questa città “deserta” una delle più grandi tragedie del mare di sempre, il terribile naufragio al largo di Lampedusa del 13 ottobre del 2013 dove morirono 368 persone provenienti per la maggior parte proprio dall’Eritrea.

Quando ci congediamo, ci chiede  di far avere sue notizie al fratello in Italia, scrive un messaggio pregandoci di recapitarlo, non dimenticherò la sua tristezza , il suo abbraccio ma anche la sua forza.

Lascio a malincuore la città vecchia, sento che mi mancherà , l’indomani prima di rientrare faremo visita alla spiaggia per colazione e poi alla scuola di Padre Protasio, un prete “meticcio”; quella dei meticci è ancora oggi una questione irrisolta tra i nostri due paesi. Negli anni questo sacerdote raccogliendo fondi da più parti, ha costruito una grande complesso scolastico capace di accogliere più di 1000 studenti ( ora ci dice è un momento difficile e ve ne sono poco più di 700 ).

Un personaggio conosciuto da tutti, anche fuori da Massawa, dalle molte sfaccettature (nulla è come sembra in questo paese) ci ha accompagnato nella visita per poi ospitarci a pranzo nella sua casa vicino alla chiesa. Nella sua comunità sono cresciuti e vivono ragazze e ragazzi rimasti senza famiglia, la bellezza ed i sorrisi di tutti loro, al di la di ogni retorica, sono sempre bellissimi.

Asmara

Ritorno ad Asmara , inizieremo a conoscere un po’ meglio la città con la visita alla scuola italiana ( la più grande tra quelle italiane all’estero ) Incontriamo insegnanti ed alcuni i ragazzi, alcuni di loro saranno coinvolti nel lavoro di workshop fotografico e concordiamo una uscita pomeridiana per visitare uno dei quartieri africani della città ( ci è parso strano che molti  studenti ed insegnati compresi, non vi fossero mai stati  prima ). Si unirà a noi  anche un ragazzo eritreo,si chiama anche lui Bereket, avremo modo di sapere qualcosa di più della sua storia perché verrà con noi anche a Keren e Berentu.

Io e Giulia facciamo un giro, vogliamo vedere il famoso albergo Italia, forse il più vecchio di Asmara, costruito verso la fine dell’ottocento poi ristrutturato nel 2004 mantenendo il più possibile gli arredi e l’atmosfera originali.

Giriamo un po’ a vuoto, la piazza delle poste , la grande moschea, la cattedrale, non riusciamo a vedere la sinagoga, ci arrendiamo e chiediamo informazioni ad una elegante signora di un certa età; non solo in un perfetto inglese ci da gentilmente indicazioni, ma si offre di accompagnarci.

Le chiediamo se ha tempo per bere un caffè con noi, passeremo più di un’ora ad ascoltare la sua incredibile storia.

Entra con sicurezza nella bellissima hall di ingresso, ci invita con altrettanta tranquillità a salire con lei le scale principali per vedere le stanze al primo piano, ci mostra una delle bellissime suite con gli arredi di un tempo, sembra quasi di casa.

Ordiniamo i caffè che berremo nel cortile interno, siamo solo noi tre sedute ad un tavolino quando inizia a raccontarci qualcosa di lei. Ha vissuto durante gli anni più bui della guerra in Germania, cercando di sostenere comunque la resistenza, rientrata poi ad Asmara è stata un’insegnante, è finita in prigione per le sue idee e le sue battaglie in difesa soprattutto dei diritti delle donne. Per molte di loro, in particolare quelle che hanno combattuto per anni fianco a fianco degli uomini durante la guerra di liberazione, la condizione non è più paritaria come allora. Parla anche di diritti delle donne nella carceri e di quello che sta facendo oggi per portare avanti un progetto che permetterà a giovani ragazze di gestire autonomamente attività commerciali, una donna con un’energia straordinaria. Le promettiamo di incontrarci nuovamente il mattino dopo al piccolo bar davanti alla cattedrale, purtroppo non riusciremo a mantenere la promessa , partiremo presto per Keren, mi dispiace davvero.

Se tornerò ad Asmara la cercherò ne sono certa, l’aspetterò la domenica mattina al bar davanti alla chiesa dopo la messa e continuerò a farmi raccontare la sua storia, mi ricorda terribilmente mia nonna, un passato difficile e doloroso, una grande apertura mentale ed uno sguardo sempre rivolto al futuro.

Nel pomeriggio raggiungiamo il quartiere africano, basta allontanarsi di poco dalle strade del centro per ritrovarsi in uno scenario completamente diverso.

Qui le abitazioni sono molto modeste, piccole baracche con tetti in lamiera ,le strade sterrate e una atmosfera decisamente più africana. Incontriamo come al solito sguardi incuriositi, chi cammina silenziosamente, chi cerca di entrare in qualche casa, chi scatta qualche foto e cerca di scambiare due parole. Mi colpiscono come sempre in particolare due donne, la prima una giovane ragazza che non rinuncia anche in quel “poco” ad un piccolo specchietto per truccarsi (e farsi fotografare) ed una signora un po’ in disparte che ci osserva, il suo sguardo mi pare incuriosito e benevolo.

Più tardi ci aspetta una visita al Caravanserraglio, il Medeber uno dei luoghi più affascinanti di Asmara.

Appena entrati dal grande ingresso principale si viene colpiti dal profumo intenso  del berberè, le donne lo macinano utilizzando vecchi mulini meccanici, impossibile resistere dentro quelle piccole stanze per più di un minuto, la polvere brucia gli occhi e si fatica a respirare.

Vicino ci sono altri piccoli gruppi di donne che lavorano il peperoncino, poi basta seguire il rumore dei fabbri, il ritmo dei colpi su vecchi incudini dove il ferro incandescente prende forma. Ci sono gli intagliatori del legno, le voci di vecchie radio, polvere, ragazzi e ragazze che chiacchierano, oggetti che rinascono a nuova vita, ci si perde tra i suoi vicoli.

A Medeber si va ancora oggi per trovare oggetti di ogni tipo, pentole e coperchi a volte ricavate da vecchi bidoni, vecchie caffettiere, pezzi di ricambio per biciclette e macchine,copertoni, pettini di metallo, mobili in legno, tutto si scompone e ricompone, rinasce in un lavoro incessante, quella apparente confusione diventa musica, mi affascina e mi stordisce.

Sono certa che anche voi nonni ci siete venuti, appena arrivati dall’Italia per cercare qualcosa che avevate forse scordato o per imparare a conoscere questo nuovo mondo. Tu nonna Asmara questa arte l’hai imparata forse proprio qui, alcuni dei tuoi ricicli impossibili sono rimasti per me leggendari.

Prima di lasciare la città per le prossime mete Antonio e  Elsabieth la gentilissima corrispondente locale di Afronine, mi accompagneranno in ambasciata ; lascio date di nascita e nomi dei nonni e chiedo se sia possibile avere loro notizie. Una cortese impiegata in un perfetto italiano mi dice che ci sono dei registri da consultare di quegli anni, ma non è una ricerca semplice, richiederà molto tempo, lascio il mio contatto. Non mi richiameranno né scriveranno nei giorni a venire, ma se dovessi tornare continuerò la mia ricerca è la storia della mia famiglia ed io non mi arrendo facilmente.

Ci sono ancora tante storie ad Asmara vorrei rimanere, lo confesso, ma è tempo di partire per Keren, torneremo per un paio di giorni prima del rientro.

Keren

Lungo il tragitto ci coglie di sorpresa un violento temporale, il nostro pulmino fa acqua un po’ da tutte le parti ma nulla turba il nostro fantastico Moussi, il diluvio si placa ed il panorama seppur pian piano più aspro e brullo è affascinante (complice  un meraviglioso arcobaleno).

Dormiamo in un albergo piuttosto anonimo ma confortevole poco fuori la città per partire molto presto l’indomani e visitare il mercato. A Keren il lunedì si tiene infatti un importante mercato del bestiame, vi giungono popolazioni di varie etnie lontane per vendere e comprare animali, in gran parte capre e mucche, ma una vi è ancora oggi un’area occupata del mercato dei dromedari lungo il corso di un piccolo torrente.

Arriviamo presto il mattino seguente e ci muoviamo in totale autonomia per qualche ora; i mercanti con le lunghe jellabie bianche ed i gilet si raggruppano e contrattano, piano piano il mercato di anima. Sembrano non curarsi molto della nostra presenza (cerchiamo sempre di essere discreti e farci accogliere con un cenno di saluto,un sorriso) tanti di loro giovani e vecchi arrivano da lontano dopo un lungo cammino,questa terra richiede forza e grande tenacia.

Intravedo i miei compagni di viaggio, chi in giro per foto e filmati, chi come Tommaso si infila al “bar”, una piccola baracca in cima alla collina, dopo un po’ lo raggiungerò anch’io (insieme ad un enorme toro nero, incontri eritrei) e rimango li a guardare dall’alto in silenzio.

Ci trasferiamo poi in città per un altro mercato lungo il wadi in secca; qui ci sono donne coloratissime, ragazzi e bambini. Si vende di tutto, stoffe, spezie, piccoli animali, verdura ,oggetti riciclati, bracciali di perline e più in la fascine di legna trasportate sempre a dorso dei dromedari. Di nuovo un’immersione nei colori, nei suoni ed odori di un vero mercato africano. In città sotto i portici ci sono poi le botteghe dei sarti e degli orafi, trascorriamo il pomeriggio a passeggio. Non posso non fare qualche acquisto ( dopo doverosa contrattazione ) compro un piccolo anello in argento da quel giorno non me ne sono più separata.

Dormiremo questa volta in un hotel del centro, anche qui l’impronta architettonica italiana si legge bene camminando per la città, c’è ancora la vecchia stazione ferroviaria ora utilizzata per le corriere; a cena sarà servito l’immancabile “capiretto” ( capretto ) di Keren, io declino.

Barentu

E’ tempo di raggiungere Barentu, da poco riaperta al turismo, più vicina al confine con il Sudan ad ovest e l’Etiopia a sud, impossibile non ricordare che siamo lungo una delle “rotte” sulle quali tanti eritrei hanno cercato di fuggire dal paese. Parlo con Bereket il nostro nuovo compagno di viaggio, anche se sembra un ragazzino è sposato ma la sua famiglia è in Etiopia da due anni, lui non è più riuscito a raggiungerli.

Il caldo anche qui è soffocante, siamo chi più chi meno tutti un po’ in difficoltà, una tappa provvidenziale ci permetterà di visitare la scuola agrotecnica di Hagaz. La scuola è una delle scuole agrarie più importanti in Eritrea, fondata nel 1997 dai Fratelli De La Salle, ha ricevuto il primo gruppo di studenti nel 1999 e da allora fornisce principalmente corsi di formazione agraria, permettendo ai ragazzi di giungere al diploma. Opera inoltre per una agricoltura sostenibile in aiuto dei villaggi della zona ed è in grado di produrre ottimo formaggio, yogurt e marmellate.

Una sosta all’ombra per conoscere meglio il progetto, visitare la struttura, godere di assaggi e fare acquisti, le nostre provviste per i giorni a venire.

In serata arrivo nel miglior albergo della città, almeno così pare, le stanze sono seppur piccole e molto modeste, sono dotate di lettini abbastanza comodi e nel bagno c’è una improbabile doccia che grazie al cielo funziona.

Il giorno dopo potremmo visitare un villaggio dell’Etnia Cunama ed avremo la fortuna di partecipare ad una festa di matrimonio.

Non so ancora oggi come Moussi sia riuscito a far arrampicare il pulmino in cima alla collina fino al villaggio risparmiandoci una salita a piedi sotto il sole cocente. Il caldo non ha scoraggiato i bambini incuriositi dal nostro passaggio che ci sono corsi accanto per un saluto. Arriviamo e gli sposi stanno uscendo dalla chiesa tra canti e balli, da li scenderemo lungo un sentiero per raggiungere uno spiazzo  più grande dove continuerà la festa e sarà servito il pranzo. Appare chiaro un po’ a tutti che la sposa non sembri per nulla felice ; verremo a sapere che si tratta molto probabilmente di un matrimonio combinato per aggiustare qualche screzio tra due famiglie importanti della comunità. La cosa mi rattrista non poco non riesco a gioire del tutto dell’atmosfera, ammetto però che trovarsi in quel villaggio, guardare l’aspro e bellissimo paesaggio nel quale è immerso, ascoltare i canti delle donne Cunama e guardare alla loro fiera bellezza mi affascina. Una piccola pausa nelle ore più calde ce la concediamo all’ombra della chiesa e riusciamo a parlare un poco con il sacerdote del villaggio. Le vita è davvero dura su queste colline arse dal sole, solo l’anno precedente una brutta epidemia di colera ha ucciso molti bambini ed anziani del villaggio, per loro è stato impossibile ricevere li cure mediche adeguate.

Rientriamo nel tardo pomeriggio in città , Giulia partirà domani mattina presto con un autobus di linea per il suo rientro in Italia. Il mattino seguente la ringrazio e la saluto mentre ancora nel buio inizia il suo lungo viaggio di rientro verso Asmara ( mi mancherà )

Con Moussi ci rimettiamo in cammino per il rientro ad Asmara, ma la strada ci regala nuovi incontri. In un villaggio ragazzi giocano utilizzando come scivolo la carcassa di un vecchio carro armato, qualche chilometro più in la, arriviamo ad un pozzo dove, con le immancabili taniche gialle, si raccoglie l’acqua e si lasciano abbeverare gli animali. Ancora sguardi fieri e dignitosi quelli della gente che incontriamo in questa terra arida e bellissima.

Si riparte, una tappa in un altra piccola città sulla strada del ritorno, altro giretto a piedi dopo aver raccolto attorno a noi gli sguardi curiosi di molti ragazzi e poche ragazze ( tutti bellissimi ) .Un salto al mercato dove le donne contrattano avvolte nei  loro veli , siamo in una zona principalmente mussulmana, gli sguardi degli uomini mi paiono più severi, proseguiamo per giungere in serata ad Asmara.

Ultimi giorni al Asmara

Ultimi giorni ed un mare di cose ancora da vedere, di nuovo a cena con alcuni insegnanti della scuola italiana ( pizza per tutti ). L’indomani abbiamo programmate la visita al cimitero italiano ed al cimitero dei carri armati.

Arriviamo al cimitero e non troviamo il custode che dovrebbe aprirci il piccolo archivio con i registri, avrei avuto forse conferma che il nonno fosse stato effettivamente sepolto qui. Cercheremo tutti insieme  la tomba ma non la troveremo ( grazie ancora ad ognuno di voi  ) mi spiace ma allo stesso tempo sento di essere nel posto giusto. Il cimitero è ben tenuto le tombe sono in ordine soprattutto nell’area dedicata ai caduti militari, alcune tombe civili invece, a parte le più imponenti e monumentali, sono state abbandonate. Mi soffermo a leggere gli frasi incise su molte lapidi,  le storie di tante persone, i cimiteri raccontano la morte quanto la vita penso e tutto qui mi commuove.

Ci spostiamo poi  in una grande area poco fuori la città al cimitero dei carri armati ; si tratta in realtà di una enorme distesa di carcasse di veicoli militari e civili dismessi dopo la guerra, c’è anche la carlinga di un piccolo aereo. Una grande riserva di ferro custodita e sorvegliata che giace immobile tra l’erba da decenni. Incontriamo anche qui qualcuno, un anziano signore che ci segue nella visita e persino una famiglia che vive in una modesta casupola vicino all’ingresso, sbucano anche qui bambini curiosi.

Ci spostiamo di nuovo in città, visita al negozio “Dolce vita” un bel progetto di collaborazione tra imprenditoria italiana ed eritrea, da qui non si può uscire senza una maglietta con il logo del cinema Impero o il profilo del Tagliero, io avrò ancora poco tempo per un ultima passeggiata la mattina seguente prima del volo.

E’ presto quando esco, i bambini in strada aspettano di entrare a scuola, alcuni si fermano per una pulita alle scarpe dal gentilissimo ragazzo sotto una piccola tettoia;  mi fermo anche io, scambiamo due parole ed un immancabile sorriso, le mie scarpe intanto tornano come nuove.

Torno alla piazza delle Poste, entro in una grande sala con marmi colorati , le cassette della posta ed il bellissimo bancone lo stesso di allora. Siete passati di qui anche voi  Antonio e Asmara per spedire qualche soldo a casa e le foto con i saluti per la mamma ?  Chi lo sa, ma mi piace pensarlo, esco e mi prendo un caffè macchiato, l’ultimo qui in città.

Preparo i bagagli, Antonio e i ragazzi si fermeranno ancora qualche giorno, lo farei anch’io ma non posso, saluto ed abbraccio tutti e salgo in macchina, un gentilissimo autista mi terrà compagnia chiacchierando piacevolmente fino all’aeroporto.

Quando mi alzo in volo sulla città la vedo all’orizzonte immersa nella meravigliosa luce africana del tramonto, lontano si muovono nuvole scure,

come ogni primavera arriverà la pioggia, mi commuovo e dico sottovoce, arrivederci Asmara anch’io spero di tornare.

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