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Spedizione alle Isole Krum - Eritrea

Ottobre 2005 - diario di viaggio di Erminia dell'Oro
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8 giorni

Molti conoscono le Isole Dahlak, almeno di nome, ma pochissimi conoscono le altre isole che in Eritrea, si trovano lungo la Dancalia. Nell’ottobre 2005 abbiamo fatto una piccola spedizione per visitare alcune di queste isole, le Krum. Sono quattro isolette, tre ravvicinate e raccolte, probabilmente i resti del cratere di un vulcano, e l’altra un po’ discosta. La più vicina a circa una ora di gommone dalla costa. Sono situate a circa 400 Km da Massawa lungo la strada costiera per Assab.

Nessuno è stato in grado di fornire informazioni, di nessun genere, neanche le più semplici. Neppure gli esperti locali delle Dahlak e della Dancalia avevano mai pensato di fare questa esplorazione. Era un fatto troppo intrigante per lasciarlo perdere, ed allora insieme a otto amici, ho organizzato un safari alla loro scoperta. Io sono Gianmarco Russo titolare del Tour Operator AfroNine Tour Srl di Milano www.afronine.it che con la consociata EriNine PLC di Asmara, www.erinine.com, si considera l’operatore dell’Eritrea più fantasioso ed affidabile che esiste su questo mercato. Il nostro motto è “In Eritrea siamo di casa: lasciati accompagnare da noi” e siamo sicuramente all’altezza di quanto proponiamo.

A bordo di tre Toyota land Cruiser, con tre autisti, accompagnati da una guida turistica del territorio, Yosief, un marinaio/motorista Stifanos, un capitano di sambuchi, Kusher grande esperto del mare e grandissimo pescatore (il suo nome è in realtà un soprannome e significa cernia) due gommoni, oltre a tutta l’attrezzatura per campeggiare.

Le isole sono di origine vulcanica, recenti, e a differenza delle altre dell’arcipelago hanno acque molto fredde. I fondali sono ricoperti da coralli, in maniera impressionante: vere praterie che si diramano da tutte le parti. Moltissimo pesce, anche in mezzo metro d’acqua. Tracce di tartarughe frequentissime. Sulle isole moltissimo guano testimonia la presenza di grandi colonie di uccelli nei periodi delle migrazioni. Durante la nostra visita oltre alle solite specie, abbiamo visto sull’isola maggiore tre nidi di aquila pescatrice abitati, uno abbandonato e su una delle altre  tre coppie di aquile volteggiavano minacciose, ma avendo nidificato sulla sommità di una parte estremamente sdruccevole, non siamo riusciti a vedere fisicamente la quantità dei nidi. Queste isole sono tutte esperte di auto-difesa!!!!

La nostra visita è stata la prima da parte di occidentali a scopo conoscitivo, come ci ha confermato il capo villaggio di Krum, situato sulla costa, che ci ha informato che era la prima volta in assoluto che arrivavano stranieri per visitare queste isolette.

Dopo questa introduzione, lascio molto volentieri il compito di parlare di questo viaggio a Erminia Dell’Oro, asmarina DOC da generazioni, scrittrice (autrice tra l’altro di “Asmara Addio” e “L’Abbandono”) e raffinata conoscitrice dell’Eritrea e della sua storia, nonché grande compagna di viaggio. Oltre a Erminia, facevano parte del gruppo Solin Assioy, medico fisiatra, l’altra donna del gruppo, e poi Ugo Fiechter, viaggiatore e fotografo, a cui và il nostro grazie per le foto di questo reportage, Antonio Corvino, architetto, a cui và il merito di aver solleticato il progetto di viaggio , Matteo Poliseri, che tutti ricorderemo per la sua abilità nella meccanica e nella cucina, Nicola Signorello, vero manager della spedizione, Nicolò Noto che è stato invece la mente pensante, e per ultimo l’indimenticabile nostro oracolo: Valerio Vignolini.

Personalmente desidero ringraziare tutti i componenti della spedizione, che hanno permesso che, malgrado qualche frizione iniziale, si formasse un gruppo compatto ed amichevole, che farà parte di quei ricordi di viaggio indelebili che ognuno di noi avrà di questo viaggio.

Una ultima annotazione: abbiamo purtroppo perso la memoria di una macchina fotografica, per questo motivo mancano molte foto, potete immaginare quindi come sarà la realtà!!!

Non le avevo mai sentite nominare le isole Krum, nemmeno da chi conosce la costa eritrea della Dancalia. Un’esplorazione, pensando a ben altri esploratori, i  mitici personaggi dei secoli scorsi, affascinati o stregati da una regione difficile, allora estremamente pericolosa, ma dalle molteplici, inimmaginabili suggestioni.

Si parte da Massaua in un mattino di fine ottobre, accompagnati dal volo di una splendida cicogna nera. Tre fuoristrada, tre gommoni, tredici uomini, compresi gli autisti e le due guide, due donne.

La pista, fino a qualche anno fa in pessime condizioni, è ora agevole, la si percorre senza problemi. Ci fermiamo, per una prima tappa, in un paesino con la piazza affollata da bambini, da gente che entra ed esce da piccoli negozi, attraversata da un gregge di docili asinelli. C’è una insegna, fuori da una modesta costruzione in  muratura  Belaynesc- Bar & Restaurant. Entriamo. Una donna bella, imponente, con i tradizionali monili al collo, alle braccia, ci fa servire capretto e angera.

Ancora non immaginiamo quanti capretti incontreremo, vivi o cucinati.

Nel pomeriggio arriviamo a Ghelaàlo, un villaggio a sud della penisola di Buri. Circondato dal deserto, a poche di centinaia di metri dal mare, sorge, come un miraggio, un grande e moderno albergo. Sculture in pietra nell’ampio giardino, camere spaziose, confortevoli, ristorante, terrazzini dove prendere un aperitivo, far colazione, cenare.

Intorno, a perdita d’ occhio, lo spazio incontaminato. Una sfida, costruire nel nulla un’opera così imponente. Ma la sfida è insita nello spirito del popolo eritreo, abituato da sempre a sfidare forze superiori, con una fiducia incrollabile nelle proprie capacità.

Il deserto, luogo del reale e dell’immaginario, custode di storie infinite, suggestione di viaggiatori incantati, maledizione di fuggiaschi o di incauti turisti, pista di nomadi, di avventurieri, si addice, metaforicamente, alla solitudine di un piccolo paese africano, spesso ingiustamente dimenticato. Stimola l’immaginazione, la curiosità, questa oasi in muratura con aria condizionata e aiuole fiorite, e pochi, pochissimi viaggiatori in transito.

Le nostre prime isole sono le Auachil, visibili da Ghelaàlo

Partiamo il mattino presto,  dopo la prima notte in albergo. Più che una gita, la nostra è una gimcana. Dobbiamo trovare l’isola delle tridacne, e l’isola della barriera corallina. I tre gommoni, ognuno per proprio conto, ma non distanti fra loro, vanno alla ricerca del tesoro perduto. Tutti sanno ma nessuno trova. Del resto queste piccole isole, splendidi atolli di polvere di corallo, non si differenziano molto l’una dall’altra.

La mia amica Solin e io, prive di certezze, ma con molta pazienza e incantate da quel mare, ci lasciamo trasportare, approdando ora su un’isola ora su un’altra, camminando sulle spiagge candide, tra conchiglie e uccelli. Mentre scendiamo sull’isola delle tridacne, un airone Golia, disturbato da tante e inopportune presenze, distende le immense ali e spicca il volo. Finalmente la barriera appare con i suoi pesci multicolori attorno ai rami di corallo. Non possiamo rimanere a lungo, dopo il tempo trascorso fra un’isola e l’altra. Inoltre il mare si sta alzando, ed è meglio non sfidare le onde con i nostri gommoni.

Salutiamo i numerosi capretti apparsi come d’incanto sull’isola, e venutici incontro quasi festosi.

Riprendiamo il percorso all’alba del giorno seguente, dopo le spaghettate e gli zighinì nella fortezza bianca di Ghelaàlo. Ci seguono le catene dei monti, trasparenti nei riflessi dell’alba, ci seguono dune che brillano al sole che si sta alzando rapidamente.

E’ un viaggio di intense emozioni, nei grandi spazi deserti dove appare una carovana di cammelli, gazzelle che fuggono spaventate, velocissimi struzzi, qualche sciacallo.  Durante una breve sosta, fra la sabbia chiara della costa e la terra nera di lava, vediamo numerosi fossili, sparsi qua e là, come comuni sassi. Sono conchiglie perfettamente conservate, chiuse su secoli remoti che non riusciamo a immaginare, giunte a noi attraverso innumerevoli sconvolgimenti naturali di queste vulcaniche terre. Verrebbe voglia di raccoglierle, di portarle fra gli inutili oggetti di mondi inquinati.

Meglio lasciarle ai loro spazi, al silenzio, al tempo che ancora attraverseranno, mentre di noi, precari viaggiatori, si perderà memoria.

Nel pomeriggio inoltrato, appare, sulla costa, un faro. E’ bello vederlo, in tanto deserto, custode ormai spento di un mare solcato da qualche sambuco, da poche barche di pescatori. Lunghe corna di antilope giacciono sulla sabbia che mostra tracce del passaggio del vento. Il sole scende rapidamente dietro i monti, lo splendore degli ultimi bagliori si perde nel buio.

Finalmente un villaggio. E’ Thio, con le sue casette bianche, la moschea, Thio che si illumina un attimo di luce elettrica, un segno di benvenuto, forse, ai viaggiatori, e subito si spegne.

Il ‘ristorante’ è costruito con canne, ci sono i lumi a petrolio, qualche tavolino, sedie. La cena, capretto e angera, ci viene servita da una donna  bella e altera, elegante nel semplice abito lungo. Altre ragazze, sedute su sgabelli, o in terra, macinano il caffè, già si sente il profumo. C’è una regalità naturale anche in queste donne di villaggi sperduti, una naturale  riservatezza. Un bambino, sdraiato su una coperta, ci osserva. Vicino a lui un libro, un quaderno. Avevamo visto, poco prima, una scuola, un edificio in muratura, in mezzo al deserto. E ci eravamo immaginati i bambini, che il mattino, sbucando da chissà dove, vanno a scrivere e a leggere, con i loro quaderni, e le penne, così preziose da queste parti.

E’ tardi, gli uomini non hanno voglia di montare le tende. C’è posto per dormire, dice la signora, e indica ‘l’albergo’ all’aperto. Fuori dal ristorante sono allineate, sulla sabbia, circa trenta brande. Su alcune già dormono i viandanti. Ci sdraiamo sulle nostre, infilandoci nei sacchi a pelo. C’è vento, e si sta bene coperti. 

Avrei voglia di addormentarmi subito, ma l’incanto del cielo mi tiene sveglia. Non posso perdere la magica visione di questa notte. Siamo in un hotel a mille stelle, a milioni di stelle, l’albergo di Thio a cui tornerà spesso il pensiero. Non c’è luna, il buio è assoluto. Ma lassù la luminosità è straordinaria. Stelle e stelle, l’una accanto all’altra, le piccole, le grandi, le costellazioni, infiniti occhi lucenti così distanti e così vicini. Scie luminose attraversano gli spazi per perdersi chissà dove, così come si perdono i desideri che vorremmo esprimere inseguendo le luci del cielo.

Vorrei tornare a Thio, penso, sotto questo cielo.

Ci si alza all’alba. Dopo il buon caffè preparato dalla signora, andiamo a fare un giro in paese. Entriamo in un negozietto, compriamo fute e bicchieri, bicchieri a poco prezzo ma decorati in oro, splendenti come quelli delle principesse delle Mille e una notte.

Si riparte, ancora deserto e costa e montagne, ancora sabbia e vento, scheletri di animali, struzzi e antilopi che fuggono.

Eccole finalmente le  isole Krum.

Quattro isolotti, due piccoli, gli altri due più grandi, non piatti, ma piccole montagne di terra lavica sul mare, non molto distanti dalla costa.Si avverte che queste piccole isole non sono meta di turisti, si avverte un senso di tempo antico, guardandole, di rocce e mare incontaminati. Camminando sulla spiaggia, prima di mettere in mare i gommoni, vediamo lo scheletro di una grande tartaruga di mare, poi un’altra senza una pinna, dev’essere morta da poco, forse attaccata da uno squalo.

In poco più di mezz’ora arriviamo alle isole.

Un contrasto di colori, in tanta luce, la terra nera, il candore delle minuscole  spiagge, il verde cupo del mare. Ci accoglie il richiamo delle aquile pescatrici, allarmate da presenze estranee. Vedremo i loro nidi, arrivando senza difficoltà in cima alle isole. A piedi e a nuoto giriamo intorno ai due isolotti più grandi, ci immergiamo fra i piccoli e i grandi pesci variopinti che attraversano le praterie di corallo. Un altro mondo, là sotto, che sempre ci incanta. L’acqua è fresca, una temperatura diversa da quella del mare intorno alle isole Dhalak.

Siamo felici di avere raggiunto senza alcuna complicazione la meta, dell’armonia che si è creata tra noi nel condividere le stesse emozioni, ed è già come se ci conoscessimo da tempo anche con i compagni di viaggio mai incontrati prima.

Soddisfatto e sempre di buon umore l’organizzatore, Gian Marco, soddisfatti tre amici siciliani ai quali tutti siamo grati, non solo per la simpatia, ma per l’abbondante pesce pescato. Uomini di mare sono. Soddisfatto il ‘Colonnello’, che ci mostra le numerose e splendide cipree sparse sulla spiaggia. Il ‘Colonnello’, un signore eritreo molto gentile, disponibile, era al comando di una postazione in Dancalia, ai tempi della lunga guerra di liberazione. Deve avere trascorso ben altri momenti in questi luoghi. Non mancano le battute di Valerio, arguto e amabile  fiorentino, le esclamazioni di meraviglia di Ugo, l’ambientalista che ha girato l’Africa. Poi c’è Antonio, l’ architetto lombardo che ha finito col cedere i suoi preziosi biscotti e altre leccornie di cui era ben provvisto. Solin è sempre allegra ed entusiasta, le sta davvero bene il suo nome.

La sera accendiamo i fuochi, cuciniamo il pesce.

Gli isolotti sono scomparsi nel buio, le aquile pescatrici possono dormire sonni tranquilli. Sono rimasti i nostri pensieri, i nostri ‘incantamenti’, impigliati fra i rami di corallo, o accanto ai nidi, in alto, dove lo sguardo si perde nell’infinito. 

E’ notte. Dalla nostra tenda ‘ a vista’, Solin e io guardiamo ancora il cielo stellato, ascoltiamo le voci del deserto. Domani dovrebbe farsi spazio, fra tutte quelle stelle, il primo quarto di luna, e in tutto il paese si festeggerà la fine del Ramadam.

Noi torneremo, arricchiti da una particolare esperienza, da un bellissimo viaggio. Riprenderemo il percorso con il pensiero, fermandoci qua e là, il ricordo di un’alba o di un amico, del faro o di un gesto, del richiamo degli uccelli del mare, o del gusto del pesce appena pescato, stando tutti insieme intorno ai fuochi.

Le isole Krum così lontane e vicine!

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