Tigrai : un prof vagabonda … e vabbè

Marzo 2009 - Diario di viaggio di Valeria Isacchini
14 giorni

Sono tornata nel nord Etiopia per conto mio, nel 2009, dopo un primo contatto, l’anno precedente,  durante un Tigrai-Dancalia con Afronine.  Stavolta le intenzioni erano prevalentemente storiche, ma magari la Storia era una scusa per  farmi sorprendere da incontri sorprendenti. Il “Vabbè” è la cifra necessaria per adattarsi a un viaggio magari un po’ faticoso, ma sempre coinvolgente.

1 marzo

L’aereo dell’Egypt Air, previsto per le 15,30, viene spostato alle 16,15, poi alle 17. Una coppietta di Padova sta andando in Thailandia e anche loro sono preoccupati per la coincidenza. Quando dico che vado ad Addis Abeba lei mi chiede dov’è. Sorrido con occhi di ghiaccio e le spiego che è stata anche italiana; lui per scusarla mi dice che è mezza francese. Implacabile, faccio notare che i francesi erano stretti consiglieri del Negus. La parola “Negus” li lascia perplessi, ma sono troppo carogna per spiegare. Chiacchiero con un medico di Torino, che è stato in Africa molte volte per lavorare come volontario durante le sue vacanze (Etiopia, Tanzania, Congo, ecc.), accompagnato da una suora etiopica di San Vincenzo.  Parliamo di professionalità dei medici africani. Con mia sorpresa, la suora mi rivela che è veramente difficile trattenere le novizie locali dal sesso, proprio non capiscono perché dovrebbero, quindi si chiude un occhio, anzi due, e amen! Vabbè…

Ad Addis all’ufficio visti c’è la solita confusione che avevo trovato nei viaggi degli anni scorsi: i tre impiegati , circondati ed assillati da diversi viaggiatori stranieri, continuano a passarsi documenti, tagliandi, soldi e passaporti da uno all’altro, poi tutto indietro, ammucchiano pile, ecc …  controllo a vista il mio passaporto senza mollarlo un attimo.

Sull’aereo per Bahar Dar – Lalibela c’è un considerevole numero di bianchi. Ammetto che talvolta mi sento gelosa di certi posti dove sono andata, tipo Lalibela; vorrei che non ci andasse “tutta quella gente”, li guardo con sospetto: che ne sa di Lalibela quella ventenne americana grassona che trangugia Pepsi Cola insieme a un gruppo di altri ragazzotti dai culi dirompenti?

Arrivo a Bahar Dar, dove mi aspetta il mio amico Alfio G.. Per mail mi aveva detto di stare a Bahar Dar, ma scopro che in realtà sta a un paio di ore, dove la Salini sta costruendo una diga presso Kunzila, sul lago Tana, con alcune strade di accesso. Alfio, già da tempo esperto d’Africa,  è medico del cantiere. Mi alloggerà nella dependance di casa sua, dove in questi giorni c’è anche Giulia, sua moglie.

2 Marzo

Al mattino Alfio mi accompagna in giro nei dintorni. Pensavo di vedere le sorgenti del Nilo, ma ne vengo sconsigliata: in questo periodo troverei solo un deludentissimo rigagnolo. Presso la chiesa di San Giorgio incontriamo una lunga processione; all’ombra di un’acacia gigantesca, siede il consiglio degli anziani.

 Alfio mi accompagna a visitare una sua scoperta: una rovina archeologica che lui ha identificato coma una casa dell’epoca di Mentuab, la leggendaria regina di Gondar del sec. XIX°, amica dell’esploratore James Bruce. Anzi, in base a sue ricerche, a suo parere sarebbe proprio casa “di” Mentuab, quella dove, allontanatasi da Gondar per epidemia di colera,  avrebbe incontrato Bruce (v. http://www.ilcornodafrica.it/n-nik-bruce.pdf). Comunque, Alfio a sue spese ha fatto togliere edere , rampicanti ed erbacce varie per riportare almeno parzialmente in luce i muri antichi.

Ci fermiamo a “Casa di Batteria”: non è una postazione di artiglieria, Batteria è il nome di proprietario; qui, con una certa esitazione, provo insieme ad Alfio e a suoi amici  il narghilè alla mela, ovviamente passato con indifferenza da uno all’altro.

Il mio amico mi parla della vita al villaggio Salini, che lui ottimisticamente vede come una specie di villaggio vacanze. Non credo che sia così, anche se  l’ingaggio prevede notevoli vantaggi, com’è poi ovvio. Siccome nel suo contratto di medico ha stabilito che comunque l’ambulatorio deve essere aperto anche ai locali, non solo agli impiegati Salini, è adorato e gli regalano di tutto: ha ricevuto 6 scimmie, 12 pecore (dice che gli piace allevarle, anche se ammette che in effetti gliele allevano altri ),un cavallo (che non monta), una cagnona di circa 90 kg. convinta di essere ancora una cucciola, e ora lo zebegnà, il custode, gli ha donato un cucciolino che piange tutta la notte sotto la mia finestra. Lo farei entrare, ma non sono sicura di quale percentuale di zecche e pulci abbia, e mi ricordo che in quella stanza sono ospite …

3 marzo

In mattinata, vado con autista Ghermet a un chiesetta dei dintorni, mi pare di capire si chiami Guancia Mariam, fatta di rozzi pali di legno, con begli angeli dipinti sotto lo spiovente del tetto di lamiera ondulata e una interessante croce apicale. Bisogna arrivarci a piedi, una mezz’ora dalla strada, a passo veloce. Ghermet si complimenta con me, dice che ho un passo da ascari; mi gonfio come un tacchino.

​Nel pomeriggio al bar del villaggio Salini, dove le mogli dei residenti si scambiano ricette. Verso le 17,30 arriva Alfio, molto nervoso: un operaio è rimasto paralizzato per una sbarra di ferro che gli ha spezzato la spina dorsale. Mi parlano di allucinanti incidenti sul lavoro: chi si è addormentato sotto le ruote di un camion, chi ha messo l testa dentro un contenitore e improvvisamente è stato colpito da un pistone, chi si è chinato a pulire davanti a un rullo compressore. Però sia Alfio che un giovane tecnico presente sono d’accordo che, per un cantiere di quattromila operai locali, gli incidenti sono molto meno che in Italia, forse per la maggiore agilità dei lavoratori. Chiedo se c’è in questi casi una forma di assistenza sociale, tipo pensione per invalidità sul lavoro: la somma per l’invalidità viene versata tutta insieme, una tantum. Io, ingenuamente: “Ma non sarebbe meglio distribuirla nel tempo?” “E dove li trovi? Un giorno sono lì, il giorno dopo in chissà che villaggio. Mica c’è l’ufficio postale per la pensione mensile.” “Ma non sarebbe un modo per cominciare a tracciare un minimo di anagrafe?” “Ma se manco esistono i nomi delle strade!”. Ok, ho detto delle sciocchezze.

4 marzo

Brutta notte, calda, con molte zanzare. Dumbo ha capito male ed è passato alle 6, anziché alle 7 come concordato. Mi accompagna a un villaggio vicino da cui mi hanno detto che dovrebbe partire un pullmino per tornare a Bahar Dar, da cui voglio raggiungere Gondar. Ma quando arrivo scopro che c’è un’unica corriera che arriva alle 17, per ripartire il giorno dopo alle 4 di mattina. Torno con Dumbo a Kunzila. Mentre aspetto Alfio nel suo ambulatorio, una donna locale partorisce nella stanza di fianco. Non sento un gemito.  Appena finito il parto, si alza e percorre il corridoio per l’uscita, seguita da un infermiere che versa varechina sulle gocce di sangue che perde camminando. Nel frattempo è arrivato Alfio. Conosce bene la tremenda situazione sanitaria locale: tamponano una metrorragia con la paglia; è diffusissima la tubercolosi polmonare, perché dormono a terra e inalano la polvere di sterco secco delle capre. Per questo ha voluto aprire l’ambulatorio anche ai locali esterni al cantiere.

Dumbo mi accompagna finalmente in auto a Bahar Dar, insieme a Giulia che rientra in Italia. C’è l’aeroplanino della Salini che collega il cantiere con Bahar Dar, ma essendo piccolo era già completo.

A Bahar Dar salgo sul Minibus per Gondar. E’ strapieno, di quasi tutti uomini, direi pastori, ma si ferma lungo la strada a raccogliere altri passeggeri: non si dice di no a nessuno. Direi che la produzione locale sia prevalentemente di formaggio di capra e aglio … In effetti, a un certo punto sale un ragazzo con un enorme mazzo di aglio, confermando la mia deduzione.

A Gondar scendo all’Hotel Quara, molto centrale. Vado subito a visitare l’incredibile, fatato parco della cittadella reale. Non ci sono molti visitatori e ho la possibilità di cercare angoli nascosti, strani percorsi. 

 Proprio davanti all’uscita dalla cittadella c’è un bel giardino fiorito, dove penso bene di sedere a godermi l’ombra e i profumi. Ma sedendomi su una panchina, resto allibita: la panchina è la pietra tombale di un Cap. Alberto Bruno Norlenghi, morto il 7/4/37! Spaesata, mi guardo intorno: sono state riutilizzate le tombe di un cimitero militare italiano per farne panchine! Annoto quanti più nomi possibili, con relative date di nascita. Una volta in Italia, chiederò spiegazioni ad Onorcaduti … accidenti!

Qua alle sei comincia a fare buio ma in albergo non c’è luce. Chiedo alla reception quando tornerà: non tornerà. Per problemi di distribuzione energetica, in Etiopia tolgono a turno la luce ai vari distretti. Stasera, tocca proprio al distretto di Gondar. Vabbè, vado a letto presto.

5 marzo

Mi sveglio poco prima delle 2 per 12 rintocchi di campane, poi mi alzo alle 4. Già a quell’ora alla stazione bus c’è un caos incredibile, a chiedere informazioni tutti dicono il contrario di tutto. Al Tourist Office di Gondar mi avevano parlato di un minibus per Adua, invece a quanto pare non esiste. Salgo su un bus per Shirè (sono 10 ore di viaggio!), da lì  spero che riuscirò ad arrivare a destinazione. 

Sono indecisa se restare a bordo o cercare un altro mezzo più diretto, poi siccome c’è il caos più totale di gente che sale, scende, carica roba, ingombra ogni angolo del bus, decido di sedermi e vabbè. Accanto a me c’è una tedesca, diretta ad Axum: no, non ha mai sentito parlare di Adua.

La strada è sassosa, quasi una pista, a vertigine sui burroni. Finita la confusione della partenza, ora c’è molto silenzio e molto caldo. C’è foschia tra le montagne. La salita dal fiume Tacazzè è difficile, la strada è una pista di finissima sabbia rosa. Il caldo è ossessivo, l’unico modo per resistere è tacere e dormire. Neanche i bambini piangono, per stanchezza e caldo; nessuno, in dodici ore e più di viaggio, chiede di fermarsi per fare pipì, forse semplicemente ci disidratiamo. Verso le 15 facciamo tappa in una località che mi pare si chiami Mai Tsebri. Chiedo “mai” , acqua. Mi danno un bicchiere, ovviamente comune, tratto da una tanica. La uso per inumidire faccia e braccia e bagnarmi la testa.

L’autista è bravissimo, ha guidato per più di dodici ore, dalle 6 alle 18,30 su una strada infame. La solita musica ossessionante e ripetitiva evidentemente a lui serve per stare sveglio.

Arrivo a Shirè alle 18,30, col buio. Accanto alla stazione bus c’è l’hotel Jerusalem, una topaia infame e puzzolente, ma sarà comodo per domattina alla partenza. Dormo vestita, accendendo uno degli zampironi che prudentemente ho portato dall’Italia, non tanto per le zanzare, ma per coprire in qualche modo la puzza della “stanza”.  Per cena, una banana che mi resta.

6 marzo

Mi alzo alle 4,30, tanto non ho nessuna voglia di restare in quel letamaio. Sul bus per Axum mi dicono che si partirà alle 6 (che qui sono le 12, bisogna imparare a cavarsela con l’orario diverso e il calendario diverso). Alle 6,30 nessuna traccia dell’autista. E’ salito uno che ha tenuto un lungo discorso in tono oratorio. Tutti tacevano, ogni tanto qualcuno faceva una breve domanda, lunga risposta del tizio, che a un certo punto ha anche chiuso la portiera per non essere disturbato da chi saliva. Chiedo al mio vicino di cosa parlava: “ Del prezzo: sono 17 birr per Axum, 35 per Adua”. Boh, non credo. In effetti il prezzo sembra variabile, il bigliettaio si orienta tra i 16 e i 18 birr, come gli gira. Alle 7,10 finalmente si parte. Errore. Appena fuori dalla stazione bus, il bus si ferma per fare rifornimento (provvedere prima no, eh???). Vabbè.

Visito il parco delle steli di Axum e davvero non capisco lo scandalo dellA  (maiuscola voluta) stele portata a Roma e poi restituita: ce ne sono dozzine, dritte, abbattute, intere, a pezzi … Figurarsi se serviva proprio quella! Appena fuori dal parco, un’enorme installazione ricorda il rientro dall’Italia della stele “romana”, nel 2000. Comunque non resto particolarmente suggestionata, sarà forse la luce troppo intensa del mezzogiorno. Parecchi scoiattolini scorazzano tra le steli.

Ho trovato una camera all’Africa hotel, con un giardino, insomma uno spazio aperto dove gli inservienti strizzano le lenzuola lavate. La doccia non funziona, ma vado a farla in un’altra camera.

Telefono a Silvio R., il mio contatto nel Tigrai … e mi accorgo di avere sbagliato i tempi, come mi succede quando sono libera  in viaggio e perdo il senso del tempo: ho anticipato di un giorno. Credo sia mercoledì, invece è martedì!

Vabbè, mi fermerò ad Axum un giorno in più. Ma che cavolo di giorno è oggi?

7 marzo (forse)

Passo buona parte della notte a combattere contro il rumoroso sgocciolio della doccia, fastidiosissimo nonostante i tappi di cera nelle orecchie.

Passeggiata alle rovine del palazzo Dungur, fuori città. E’ chiamato “il palazzo della regina di Saba”, in realtà era di un ricco notabile della zona. Personalmente, lo trovo più suggestivo del parco delle steli, ma è completamente deserto. Resto un po’ sull’ampia terrazza a leggere e scrivere, dato che c’una piacevole ventilazione e soprattutto,stranamente, non ci sono mosche. Mi chiedo perché non abbiano continuato la tradizione axumita di usare per le costruzioni le pietre locali, dissodando così i sassosissimi campi.

All’albergo mi cambiano camera. Qui la doccia non gocciola, in compenso lo sciacquone scorre di continuo, ma basta bloccare il sifone. Penso che in terza media non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovata in una camera di albergo ad Axum…

Nel pomeriggio vado alle tombe di Kaleb e Gebre Meskal, due re del VI° secolo, così pare. Anche  qui, sono sola; i pochi turisti di questo periodo si fermano al parco delle steli, al massimo si incuriosiscono a vedere il leggendario bagno della regina di Saba (ancora la regina di Saba!) che in realtà è un’ ampia cisterna a cui le donne vanno ad attingere acqua e ragazzini completamente nudi fanno il bagno.

​Salgo anche al  Yeha Hotel,  in una bellissima posizione, su una collina in vista delle steli.

8 marzo

Come d’accordo , Silvio Rizzotti alle 8 mi manda Gebrè, che sarà mia guida , autista, angelo custode per alcuni giorni. Parla bene l’italiano, l’ha imparato da piccolo ad Asmara dove lavorava suo padre e  dove ha frequentato la scuola italiana. Poi è rimasto in Eritrea a lavorare per un commerciante italiano di frutta e verdura, rientrato in patria alla caduta del Negus. Sogna sempre di poter tornare.  Passiamo dall’aeroporto perché vorrei confermare il biglietto di ritorno, ma mi dicono di non poterlo fare, non capisco perché. Lì conosco casualmente Suor Laura che sta aspettando delle consorelle in arrivo. Dirige ad Adua una scuola professionale salesiana molto rinomata per la sua validità, anche se le scolare sono poverissime. Ha ora un migliaio di allieve, ma il prossimo anno si prevede di raddoppiarle. Mi dice che producono da sé i testi di studio, perché quelli locali sono scadenti, sia come grafica che come materiali. Le indico una mia amica che dirige una casa editrice ad Addis Abeba, la Arada Books,  forse le può essere utile. Stanotte dormirò nella scuola-convitto di Suor Luisa ad Adua.

Gebrè mi porta ad Adua, con sosta alle rovine dell’antichissimo tempio sabeiano (arridaje con la regina di Saba!) di Yeha. 

Nei pressi c’è anche un piccolo museo, in realtà un po’ un’accozzaglia di oggetti vari ritrovati nei dintorni, compresa una targa in pietra della divisione Gavinana. Passiamo accanto alla “leonessa di Gobedra”, una collina dalla curiosa forma.

Adua si sta espandendo molto, si sta costruendo dappertutto. “Cinesi” borbotta Gebrè. La scuola salesiana dove dormirò è grandissima, 200.000 mq! Ci si gira con una automobilina elettrica. Suor Laura Girotto, che mi accoglie, me la mostra. E’ una scuola professionale per sartoria industriale e per parrucchiere; collaborano con una grande fabbrica locale, che fornisce i tessuti; in cambio la scuola prepara abili maestranze e quadri. Al momento sono giorni di vacanza e non ci sono studenti. I laboratori sono vastissimi ed efficienti; ci sono palestra, sale riunioni, anche un asilo nido per le studentesse madri, con file di piccolissimi water, rispettosamente separati l’uno dall’altro da muretti (“per la loro privacy” mi dice); le aule di informatica e di lingue hanno i numerosi computer ricoperti da vezzose federe di tela; recentemente, dall’Italia sono arrivati banchi e sedie nuovissimi, che per qualche normativa misteriosa da noi non rispondono alle nuove norme di sicurezza (“ma guardi qua: le sembrano pericolosi?” sbotta suor Luisa …); ci sono stanze per ospiti; i testi scolastici vengono stampati nella tipografia interna; sono ampiamente  autonomi anche dal punto di vista alimentare, perché hanno stalla e orto, producono latte, carne, verdura, uova.

 Le famiglie hanno molta fiducia nel valore dell’educazione, che è convenientemente rigida e non fa sconti a nessuno. Mi cita due episodi: uno di una ragazza affetta da nanismo, che veniva tenuta nascosta in casa dalla famiglia. Riuscita a portarla a scuola, ha rivelato un incredibile talento per la maglieria, con le sue dita piccole ed agili fa miracoli. Ora è diventata insegnante interna, super rispettata.  E all’opposto un ragazzo, che sarà anche stato orfano di padre e con madre tubercolotica all’ultimo stadio, ma siccome si era comportato male “gli ho dato dei ceffoni da staccargli il collo davanti a tre padri di famiglia, che hanno proseguito l’opera ricordandogli che doveva mettersi prono e aspettare il perdono”. Bocciato, ora lavora in stalle e orto.

Suor Laura Girotto è davvero di un’energia sconfinata (se volete, potete trovare sue notizie in Web). Mi parla di tante altre cose, della guerra con l’Eritrea, dei 150.000 profughi che si è trovata ad assistere, delle donne di strada, dell’infermiera locale che credeva che la leucemia fosse una malattia polmonare e della bimba con scottature di 3° grado curata col fango, di tanto altro. Starei ancora ad ascoltarla, ma è ora di cena, il primo pasto “vero” del mio viaggio, nella sala da pranzo con altre suore e una coppia di giovani italiani che sono venuti ad insegnare.

9 marzo

E’ una delle principali ragioni per cui sono venuta nel Tigrai: percorrere le zone della battaglia di Adua del 1896. Gebrè viene con me e mi ha procurato una guida, Negasse Brehanè, nato in quelle zone. Partiamo all’alba, poco fuori dalla città scendiamo dall’auto e via, a riconoscere quei monti di cui avevo letto nei libri, il Semaiatà, l’Abba Garima, il Chidane Meret, l’inconfondibile dente del Raio, il Rebbi Arienni. Se interessa, il trekking dettagliato lo trovate qui http://www.ilcornodafrica.it/st-adua.htm. Riporto qui solo il momento più emozionante: quando, quasi casualmente, perché incuriosita da un accenno che mi era stato fatto riguardo a un “cimitero degli italiani”, ho chiesto di fare una deviazione dal percorso che Negasse aveva previsto e mi sono trovata nello stesso identico punto da cui i generali Baratieri e Arimondi assistettero al macello che si verificava intorno a loro.

Nella relazione del trekking ho celato un elemento importante: inciampando disastrosamente, sono caduta a faccia avanti, salvando fortunatamente gli occhiali, ma escoriando a sangue la mascella … infatti dopo un po’ mi gira la testa, ma preferisco proseguire a botta calda, per evitare inutili soste.

Parto nel pomeriggio per il Gheralta Lodge ad Hawzen, il mitico hotel di Silvio Rizzotti, che finalmente conoscerò di persona. Il Gheralta è davvero una zona spettacolare: montagne erose come castelli fatati, colori che la mia povera macchinetta fotografica non è in grado di cogliere. Ghebrè sembra orgoglioso di presentarmela.

Incontriamo lunghe file di cammelli: Ghbrè mi spiega che sono le carovane partite dalla Piana del Sale in Dancalia e che ora stanno arrivando a destinazione, sull’altopiano. L’anno scorso ne avevo viste, con Gian Marco Russo, alla loro  partenza.

 L’accoglienza è calda e familiare. Silvio credo sia uno degli italiani più amati in Etiopia, senz’altro nella zona del Gheralta: anni fa ha deciso di fondare un piccolo Lodge in una delle zone più travagliate dalla guerra del Derg. La cittadina di Hawzen nel 1988 fu bombardata dall’aviazione governativa nel giorno di mercato, e se qualcuno ha visto cosa sia un mercato in Etiopia sa di cosa parlo: 2500 vittime, ancora nessun colpevole. Silvio ha scelto proprio questa zona per creare un alloggio di alcuni bungalows perfettamente integrati nel paesaggio, arredati esclusivamente con artigianato locale, e ha fornito lavoro dignitoso a molti abitanti del luogo.

10 marzo

Mi sveglio presto al mattino e faccio un giretto intorno al lodge, nei cui pressi ancora esistono fortificazioni e tombe di italiani della guerra d’Etiopia. Vedo da lontano Silvio che fa ginnastica nel portico.

In mattinata, ho una sorpresa: Silvio Rizzotti mi mette in contatto con l’ambasciatore De Lutio! Ha letto un mio libro su Raimondo Franchetti, è interessato a conoscermi e mi invita a pranzo per il giorno del mio rientro su Addis Abeba! Sono terribilmente imbarazzata: non ho certo abbigliamento adatto per andare in ambasciata! Glielo faccio notare, ma lui al telefono si capisce che sorride e dice di non preoccuparmi, sarà una cosa molto informale. Boh, se lo dice lui …

Passeggio per Hawzien con Anna, cugina di Enrica, la moglie di Silvio, che in questi giorni non si sente bene. Mi godo la tranquillità del luogo. Un po’ di sosta non fa male.

11 marzo

Al mattino vedo i bambini che si avviano a scuola con una bottiglia d’acqua ciascuno, per irrigare il giardino scolastico.

Altra destinazione “storica”: sempre l’esperto Ghebrè mi accompagna al passo Uarieu presso Work Amba, dove fu combattuta una importante battaglia nel 1936, che vide la morte di padre Reginaldo Giuliani.  Poco prima di arrivare al cimiterino militare (le cui salme sono state traslate in Italia) breve sosta presso un semplice cippo a base triangolare con tre lapidi, in italiano, amarico e inglese, che ricordano i caduti ella prima battaglia del Tembien, tra le truppe dei Ras Sejum e Cassa e quelle del gen. Somma, nel gennaio 1936.

 Un amico italiano mi aveva detto che l’anno precedente aveva issato la bandiera italiana sul cimitero che un tempo raccoglieva i resti dei caduti.  Ma la bandiera non c’è, il custode mi dice che è stata tolta dall’amministrazione locale perché mancava l’autorizzazione per metterla. Ci sono ancora molte lapidi.  Nei pressi, l’edicola ormai cadente della “Madonnina di Passo Uarieu”. Però resto perplessa dalla definizione di “Passo”: probabilmente è una traduzione imprecisa, perché la zona è troppo estesa per essere considerata un passo e mi sembra strano che potesse essere difendibile da poche centinaia di uomini.

Faccio pic nic con una scatoletta di tonno e pane, ma Ghebrè prende solo pane e banane, perché è tempo di quaresima. Arriva un pastore, gli offriamo qualcosa da mangiare, si siede serio sui calcagni e accetta senza complimenti e senza ringraziare: non c’è bisogno di ringraziamenti, da queste parti offrire cibo è una cosa ovvia.

Al pomeriggio, prendo il bus per Macallè. Quando arrivo, il palazzo di re Giovanni ha appena chiuso. Trovo un alberghetto poco convincente, ma non ho voglia di girare molto, mi devo preparare per il ricevimento di domani all’ambasciata, caspita! Quindi faccio la doccia con addosso i pantaloni, così si lavano anche quelli … solo alla fine mi accorgo che la doccia è a pochi centimetri dalla presa elettrica del boiler. Vabbé, è andata. Però pretendo di cambiare camera, ma il padrone sembra stupito dalle mie ragioni.

Manco a farlo apposta, vengo di nuovo colpita dalla mancanza di energia elettrica a turno per distretto: stasera è il turno del distretto di Macallè, come mi era capitato giorni fa a Gondar. Scrivo a lume di candela.

12 marzo

Stamattina, in auto con Ghebrè all’Amba Aradan. E’ il terzo luogo di battaglie importanti che visito, stavolta è addirittura entrata nella lingua italiana: almeno quando ero piccola, nessuno diceva “che casino” ma “che ambaradan”. Guardando la ripidissima scarpata, capisco che difficoltà dev’essere stata conquistarla. A chi interessa, v. Paolo Caccia Dominioni, Ascari K7

Rientro all’una e mezzo e cambio albergo, sono stanca, c’è molto caldo, vado all’hotel Ras Alula, con una camera dal mobilio pretenzioso, il bagno è … il solito cesso. Quando alzo le lenzuola le trovo macchiate di sangue e sperma! Mi fiondo alla cosiddetta reception con un’aria arrogante da colonialista bianca (ma ho ragione!). Neanche la carta igienica c’è, la cameriera non capisce, mi spiego con ovvi gesti. Rileggendo questi appunti, mi chiedo perché anni dopo ho chiamato il mio cane Macallè (anche se devo ammettere che negli altri viaggi l’approccio è stato più positivo); vabbè, d’altra parte se vuoi fare la fricchettona che gira da sola frequentando alberghi di scarsa igiene e dubbia moralità devi accettarne o combatterne le conseguenze … ).

Ho appuntato che “il Museo è polveroso, sgarrupato, con tarli e tarme”. Forse ero stanca e nervosa. Certo, domani devo andare a pranzo (pardon, colazione!) dall’ambasciatore con pantaloni lavati sotto una doccia di fortuna, una camicetta avanzo di zaino, faccia per metà escoriata dalla caduta ad Adua. Per completare l’opera di raddobbo chiedo a due ragazzini, gli sciuscià del nostro dopoguerra, di pulirmi le scarpe da ginnastica (ho solo quelle, oltre agli scarponi) . Uno dei due, in cambio di pochi birr, allarga diligentemente col sapone la macchia di non so cosa che ho sulla scarpa destra. Ah, le gambe sono una carta geografica di lividi. A me basta un tocco o poco più per farmi diventare la gamba blu, ma effettivamente devo avere preso nel viaggio botte assortite. Credo che fare palestra e bici  mi abbia fatto bene, proteggendo coi muscoli punti che magari avrebbero potuto essere critici. Mettiamola così.

13 marzo

Aeroporto pieno di cinesi, che fumano come diavoli, nonostante i continui inviti “No smoking”. Uno ha scaracchiato così rumorosamente che lo hanno guardato tutti, anche i connazionali.

All’arrivo ad Addis mi faccio portare dall’autista Binhiam, mandato dall’ambasciata, per prima cosa al cimitero cattolico, al cui interno c’è il cimitero militare italiano. L’anno scorso avevo fatto fatica a trovarlo, se dicevo Italian Military cemetery nessuno lo sapeva, ma ora so come rintracciarlo. Ci sono le tombe di un paio di amici di mio padre. Visito anche l’adiacente Commonwealth War Cemetery.

A questo punto i miei appunti di viaggio cominciano ed essere parecchio enigmatici, note sparse incomprensibili,  devo andare a memoria. Sono entrata nel parco di Villa Italia, dopo che l’auto è stata controllata sopra e sotto. Il parco dell’ambasciata è immenso.  Pranzo all’aperto, cameriere in guanti bianchi, con una elegantissima signora egiziana che gira il mondo per  propagandare la tessitura tradizionale egiziana del cotone; un insegnante di antropologia in giacca e cravatta che scoprirò essere docente di mia figlia a Bologna; io pantaloni stazzonati, scarpe di tela con ampia macchia sulla sinistra … Faccio vedere all’ambasciatore le foto che ho scattato a Gondar delle panchine ricavate dalle tombe dei nostri morti. Lui mi assicura che si attiverà (ndr: vero.Qualche mese dopo mi avverte per mail che le lapidi sono state spostate e le panchine sostituite).

Nel pomeriggio, passeggio a caso per Addis Abeba che mi regala un’altra sorpresa: mi trovo nel quartiere delle pompe funebri! Lungo un ampio, moderno viale, si allineano i negozi specifici, con ordinate file di bare luccicanti di rasi dorati e coloratissimi, decorate da vistosi ornamenti floreali.

Vabbè, in serata prendo aereo. Tanto poi prima o poi torno.

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E’ un posto strano Goa. E’ un’India che non è India.
Quando arriviamo all’aeroporto di Dabolim, dopo ore di aerei e attese, veniamo avvolti dall’afa e da una folla di persone. Poi ci aspetta un’altra ora e mezza di strada polverosa e trafficata, fino ad arrivare a Palolem.

Goa è lo stato più piccolo, potrebbe facilmente passare inosservato sull’enorme mappa del Paese, ed è anche il più ricco, con un PIL pro capite di due volte e mezzo la media nazionale. Il motivo è legato al suo passato e al turismo, che attira ogni anno migliaia di persone lungo i suoi 100 Km di costa.

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